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da MArte

Classicità, materia e dionisiaco: l’artista Luca Pignatelli faccia a faccia con Robert Mapplethorpe

di Luca Pignatelli

Artista che fa rivivere volti e fattezze classiche in opere pittoriche fortemente materiche e dal carattere contemporaneo, Luca Pignatelli usa proprio la classicità come lente attraverso la quale mettere a confronto il suo lavoro e quello di Robert Mapplethorpe. In attesa del secondo capitolo della trilogia espositiva dedicata al celebre fotografo: dopo “le forme del classico” alle Stanze della Fotografia di Venezia, infatti, Palazzo Reale a Milano ospita il focus sulle forme del desiderio

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Le tematiche mie e di Robert Mapplethorpe non sempre sono simili né coincidenti, ma un tema centrale e in un certo senso regolatore riguarda l’approccio a un’architettura – nel caso di Mapplethorpe quella del corpo, nel mio quella del volto – che rimanda a un’estetica lontana, continuamente manipolata e quindi resa più che contemporanea.
C’è un momento formale in Mapplethorpe, ovvero la costruzione di un monumento attraverso la delicatezza, la poesia e quel suo istinto a raffinare le forme, che lo avvicinano ad alcuni aspetti di certa classicità, intesa come ordine: un valore anche spirituale determinato dalla ripetizione e da forme che diventano esatte. In Mapplethorpe vedo la fusione e l’incontro dell’apollineo e del dionisiaco. Nel mio lavoro la contaminazione si verifica attraverso un’estetica della materia – la scelta di usare materiali che hanno sempre avuto un’altra esistenza, come i teloni dei vagoni dei treni, le lamiere, la canapa, nasce dalla volontà di ridare loro vita cambiandone la destinazione d’uso. Io guardo a una recente archeologia, Mapplethorpe, invece, era perfettamente calato nella New York degli anni Ottanta. Esiste dunque anche una componente glamour che richiama alla mente Helmut Newton, fotografo di moda e artefice, al pari di Mapplethorpe, di un mondo misterioso, psicanalitico, legato alla sessualizzazione del corpo. Per Mapplethorpe questo corpo sessualizzato non è unicamente un metodo per emancipare il corpo stesso, soprattutto quello maschile. Il suo gesto non è mai carico di una sessualità volgare, diventa quasi tassonomico, anatomico, anche nelle scene più cruente. Si tratta di incontri di organi: questa sua visione chiaramente emancipata non ha niente a che vedere con la commercializzazione della sessualizzazione di un corpo. Lui mantiene un’algida essenza, quasi curativa, come si trattasse di un setaccio capace di filtrare.
La bellezza classica, che spesso è ordine, riesce a destabilizzare: tutto viene riportato all’interno di quest’aura. Poi ci sono i fiori, che io amo moltissimo e che sono il frutto di un tentativo molto riuscito di umanizzazione. I fiori emanano una pulsione che ha a che vedere con il corpo dell’uomo. Nel mio lavoro, la materia è ruvida, rimanda al mondo di Rauschenberg, Burri, Fontana, a ciò che nel Novecento si è rotto rispetto all’accademismo della tela liscia e perfetta. Sono intervenuti strappi, aggiunte, cuciture e io tendo a rappresentare figure del quarto secolo, ad esempio le muse, su tele che custodiscono cuciture, revisioni, interventi, suture. Sono corpi che arrivano da un tempo lontano, ma recano i segni della loro traduzione in pittura. Negli ultimi quindici anni ho usato un sistema in parte meccanico, un’evoluzione della serigrafia di Warhol: con degli inchiostri liquidi, riesco a trasferire delle immagini sulla tela nel tentativo di trasformare la scultura – la stessa che fotografava Mapplethorpe – in un dipinto attraverso la fotografia. Ogni traduzione genera dei cambiamenti, arricchisce. Mi sento quindi vicino a Mapplethorpe, anche se ci sono delle differenze sostanziali.
Tornando all’idea della forma come monumento, Mapplethorpe usa il corpo come monumento formale, io invece lavoro sul monumento come corpo della storia. A interessarmi è la stratificazione di quest’ultima: ho riflettuto su come molta della storia fosse quasi in uno stato di reclusione, nei libri di storia dell’arte, nei depositi dei musei. Per me è importante far rivivere tutto ciò in una sorta di tempo circolare, non periodico, permeato di spiritualità.

Luca Pignatelli

BIO
Luca Pignatelli (Milano, 1962) è uno dei principali artisti contemporanei italiani. È conosciuto in Italia e nel mondo per una pratica pittorica basata su un processo di appropriazione e rielaborazione iconografica della storia, dell’arte e dell’architettura, secondo il principio di “crescita sedimentaria della storia”.
Sin dai suoi esordi, nel 1987, l’artista raccoglie un archivio eterogeneo di immagini memorabili, collettive e universali, in cui si riconoscono manufatti e segni figurativi di epoche antiche e moderne, testimonianza di civiltà classiche e del progresso industriale fino alla contemporaneità. Statuaria classica, paesaggi naturali e urbani, aerei della Seconda Guerra Mondiale e treni a vapore, scelti dall’artista come icone di un personale “catalogo dell’Occidente”, diventano così i soggetti ricorrenti delle sue opere riprodotti su supporti notoriamente poveri e di recupero, mediante una continua combinazione di alterazioni temporali e materiche. La stratificazione temporale a cui si assiste nei suoi dipinti è finalizzata alla ricerca di un linguaggio comune percorribile ancora oggi esattamente come nel passato, nonché a mettere in discussione un’estetica e una contenutistica del progresso artistico per rivelarne l’atemporalità.
A oggi Pignatelli ha esposto in numerose mostre personali e collettive sia in istituzioni museali pubbliche sia in gallerie, ottenendo immediatamente l’attenzione e il riconoscimento di autorevoli critici, accademici, storici dell’arte e della stampa. Fra le principali esposizioni si citano: XII Quadriennale d’Arte di Roma (1996), 53a Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, Padiglione Italia (2009), Museo Archeologico Nazionale di Napoli (2009); MAMAC ‒ Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporain di Nizza (2009); Istituto Nazionale per la grafica di Roma (2011); Museo di Capodimonte di Napoli (2014); GAM ‒ Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino (2014); Galleria degli Uffizi di Firenze (2015); Gran Teatro La Fenice di Venezia (2017); Museo Stefano Bardini di Firenze (2019); New York Historical Society (2022); MUSEC ‒ Museo delle Culture di Lugano (2023) e Glyptothek di Monaco di Baviera (2024).

INFO
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio
29 gennaio – 17 maggio 2026
PALAZZO REALE
Piazza del Duomo 12, Milano
https://www.palazzorealemilano.it

Didascalie immagini:

Luca Pignatelli. Photo Giuseppe Anello

Luca Pignatelli, Testa femminile, 2020, tecnica mista su tappeto, 228×165 cm

Luca Pignatelli, Dioscuro di Leptis Magna, 2020, tecnica mista su telone ferroviario, 227×130 cm

Luca Pignatelli, Caligola V, 2021-2022, tecnica mista su telone ferroviario, 210×210 cm

Muse. Luca Pignatelli in der Glyptothek, Munchen, installation view

Luca Pignatelli, Arianna, 2025, tecnica mista su telone ferroviario, 150×300 cm (cover photo)

Thomas and Dovanna, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Thomas, 1987 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

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