Parole

da MArte

Le Olimpiadi invernali nelle parole di Deborah Compagnoni, campionessa dello sci

di Maria Luisa Agnese

Leggenda indiscussa dello sci alpino, nota in tutto il mondo per le sue eccezionali vittorie, Deborah Compagnoni è ambassador dei Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano Cortina 2026. In questa intervista, ispirata dal libro “Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia” di Massimo Spampani, a cura di Eleonora De Filippis, edito da Marsilio Arte, la sportiva ripercorre la sua carriera sulle piste e guarda al futuro

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C’era poca neve quell’anno a Cortina e le Olimpiadi del 1956, tanto attese e preparate, erano alle porte. Che fare, in un mondo dove non c’erano i mezzi sparaneve di oggi? Ci hanno pensato gli alpini, che sono andati a prendere la neve nei posti più freddi, portandola sulle piste a spalla, in grosse gerle. Nate all’insegna di una artigianalità che si sarebbe poi dimostrata carta vincente e che avrebbe fatto raccogliere il plauso mondiale per l’organizzazione, le Olimpiadi del ’56 hanno dato un’accelerata al Paese in molti campi, diventando un piccolo laboratorio diffuso di idee e innovazione. Per Cortina, prima di tutto, che da allora ha conosciuto un rilancio a 360 gradi (compresi molti milioni di metri cubi costruiti con relative polemiche): già negli anni Trenta, con personaggi famosi che la frequentavano, dai reali Savoia e la figlia del regime Edda Ciano, a suo modo prima testimonial di nuovi comportamenti, Cortina era meta d’obbligo per i pochi privilegiati vacanzieri del periodo, ma con le Olimpiadi del ‘56 diventa teatro internazionale e simbolo del decollo dello sci invernale come nuovo status symbol per l’Italia che stava uscendo dal dopoguerra per affrontare l’esplosione dei consumi e delle ricchezze del boom economico.
Personaggi dal mondo, attori, attrici, Sophia Loren madrina sulle piste in total white, cappotto, cappuccio, scarponcini, e gli smaglianti occhi verdi. Code di neo appassionati sulle piste, Palazzo del ghiaccio sempre pieno, tv dal mondo a documentare l’evento. Emozioni a non finire per gli atleti, le vittorie, la conca di bellezza travolgente.
Oggi, dopo settant’anni, si replica: manca poco alle Olimpiadi Milano Cortina 2026 e per chi non vuol farsi trovare impreparato c’è il libro Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia, di Massimo Spampani, a cura di Eleonora De Filippis, edito da Marsilio Arte, dove l’epopea di quegli eventi è raccontata con inquadramento storico e dovizia di aneddoti.
Cosa ha rappresentato Cortina in questi anni: ne parliamo con una campionessa alfa, Deborah Compagnoni, tre ori e un argento in tre diverse Olimpiadi, tre ori mondiali, una Coppa del mondo in Slalom Gigante e tante gare vinte, una pista di sci a lei dedicata a Santa Caterina Valfurva dove è nata, oggi ambassador delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026.

INTERVISTA A DEBORAH COMPAGNONI

Lei nel 1956 non era ancora nata, ma si sa che da quelle Olimpiadi è decollata in Italia la passione per lo sci, sia a livello amatoriale che professionistico. Quanto è cambiato lo sci da allora?
Il mondo dello sci è continuamente in evoluzione, la ricerca è sempre in moto per i materiali e per la preparazione degli atleti. Quello che rimane invariato è la neve, anche se è artificiale e le piste, anche se adesso sono più lisce, come si può vedere d’estate. Quello che rimane è la sensazione dello scivolamento, l’ebbrezza dello scivolare sulla neve, sentire l’aria, la velocità.

Proprio nel libro su Cortina c’è una citazione dello scrittore Goffredo Parise: Si scendeva sugli sci “soli contro il sole, ma con il rumore della propria energia in espansione”.
Rumore mah, quando scivoli al massimo senti il fruscio del vento. Forse voleva dire che provi una serie di emozioni tanto forti che creano rumore.

In quella Olimpiade è cambiato anche molto il peso e il ruolo delle atlete. Nel ’56, per esempio, non c’erano atlete giapponesi e il principe del Sol Levante lo spiegava dicendo che le donne preferivano stare a casa. Lei, anni dopo, ha avuto sci e famiglia.
Sì, anche se per una donna ancora adesso è più difficile. Io ho smesso nel 1999, poi ho avuto i figli e una famiglia. Resta difficile conciliare, soprattutto per i figli, quando sei ancora in attività, anche perché c’è il fattore rischio.

Per esempio lei, il giorno dopo la vittoria nel supergigante ad Albertville nel 1992, è caduta con quell’urlo rimasto nel ricordo, mentre si abbracciava il ginocchio sinistro quasi a rimetterlo in pista. Cosa insegnano i fallimenti e le cadute che lo sport porta con sé?
Alti e bassi ne ho avuti tanti, ma insegnano a rimettersi in piedi. A cercare la rivincita, a capire che ce la si può fare ancora, anche per rispetto di tutti i sacrifici fatti. Anzi, dopo il ‘92 ho fatto le gare più belle.

Lei ha vinto tanto nella sua vita, una medaglia anche a Cortina, il 26 gennaio 1997 ha portato a casa una Coppa nel Gigante con discesa impeccabile sulle Tofane: cosa ricorda?
Sì, era una pista classica, Olympia delle Tofane, quella volta ho vinto, ma l’ho percorsa tante volte anche da turista, in vacanza a Cortina, con tanti bei ricordi: è una pista non banale, valida per tutte le discipline, veloce, non difficile ma tecnica, con passaggi iconici, unici, come il passaggio al duca d’Aosta, le rocce che sovrastano, lo schuss, un curvone, il bosco e il colle del Rumerlo. Quest’anno su quella pista torna lo Slalom Gigante e lo Slalom Speciale.

L’altra volta le Olimpiadi di Cortina hanno rappresentato il decollo del luogo e dello sci. Questa volta cosa si augura che succeda lei, che è anche ambassador?
Prima di tutto che riescano bene a livello tecnico. E poi, visto che Cortina non ha bisogno di promozione, mi auguro che si riesca a gestire bene il turismo nelle varie stagioni: è bello pensare a un turismo distribuito durante tutto l’anno. Bisogna promuovere itinerari meno conosciuti.

Nel suo libro Una ragazza di montagna, lei racconta che in un tema delle elementari, a 9 anni, aveva scritto: “Da grande vorrei sciare, fare le gare, ma non è un mestiere, vorrei dipingere quadri veri, grandi e venderli”. È andata che lo sci è diventato un mestiere. Rimpianti per la pittura?
Rimpianti no. Da bambini si fanno tanti sogni, però ho cercato di coltivare la mia passione e l’ho trasmessa alle mie figlie, che entrambe amano l’arte, la più piccola, Luce, dipinge, è creativa. Io amo molto andare alle mostre, e per il libro di racconti della mia infanzia, Una ragazza di montagna, ho disegnato il segnalibro, un bambino in cima a una roccia, libero di esplorare, nella natura ci si sente liberi.

Per lei è venuto prima l’amore per la natura o per lo sci?
Direi contemporaneamente. Papà era guida alpina e portava me e mio fratello nelle escursioni con altri amici, sui monti di Santa Caterina. Ma prevaleva sempre la scoperta del territorio, sulla parte agonistica.

Per lei poi è arrivata anche quella.
Gradualmente ho cominciato a sfidare mio fratello, ma era una modalità semplice, naturale, non pressante come a volte oggi succede. Ecco io credo che una grande sfida oggi sia quella di recuperare un rapporto più sereno con lo sport, anche con un aspetto legato al benessere, che in fondo sono i veri valori olimpici. E se fin da piccoli si instaura un apprendimento naturale, se fai sport per il piacere di farlo, poi ti restano molte memorie che fanno bene e ti vaccinano. Per questo insisto che nella scuola si faccia più pratica sportiva.

La prima vita sugli sci, la seconda mamma, e ora la terza.
Sempre legata allo sci ma in modo diverso. Sto mettendo a disposizione l’esperienza fatta in tanti anni di attività da atleta con alcune consulenze di sport, collaboro per la linea da sci e trekking Alta via, capi tecnici a costi sostenibili, distribuita da Ovs. Ho fondato un’Associazione, Sciare per la vita Odv (www.sciareperlavita.it), che si occupa della raccolta fondi per sostenere la cura e la ricerca sulle malattie ematologiche e oncologiche infantili. Tanti modi per aiutare tutti ad avvicinarsi allo sport e allo sci, non escludere nessuno.

Intervista a cura di Maria Luisa Agnese

BIO
Maria Luisa Agnese
, genovese, laureata in Filosofia, è giornalista curiosa, che dai settimanali (Panorama, Specchio, direttore del settimanale Sette) è approdata al Corriere della Sera e cura una rubrica su 7, Obituary. Ha appena scritto per Neri Pozza Anni Sessanta, quando eravamo giovani. Hobby: danza classica e yoga.

Leggenda dello sci alpino italiano e internazionale, il palmarès di Deborah Compagnoni include 3 ori mondiali, 3 ori e 1 argento in tre diverse Olimpiadi invernali e 44 podi in Coppa del Mondo (di cui 16 vittorie) e una Coppa del Mondo in Slalom Gigante. Oggi Deborah è impegnata in vari progetti: una sua linea di abbigliamento da sci e da trekking “Altavia by Deborah Compagnoni”, una special edition dei suoi storici sci Dynastar e il suo prestigioso ruolo di Ambassador delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026. Deborah è anche autrice: ha pubblicato con Rizzoli il suo primo libro, Una ragazza di montagna, dove, con venti storie, racconta a grandi e piccoli la sua “infanzia felice tra nevi, prati e avventure”.
Le sono state intitolate una pista da sci nel suo paese natale, Santa Caterina Valfurva, un tratto del lungomare di Jesolo e un aereo della flotta ITA. Conduce uno stile di vita sano e attivo ed è da sempre è impegnata nel sociale come Ambassador Unicef e con la sua Associazione ODV “Sciare per la Vita”, che si occupa della raccolta fondi per sostenere la cura e la ricerca sulle malattie ematologiche e oncologiche infantili.

Didascalie immagini:

Deborah Compagnoni tedofora alle Olimpiadi di Torino, 2006. Photo credits Pentaphoto

Deborah Compagnoni. Photo credits Pentaphoto

Deborah Compagnoni alle Olimpiadi di Nagano, 1998. Photo credits Pentaphoto (cover photo)

Segnalibro disegnato da Deborah Compagnoni per il libro Una ragazza di montagna

Con lo slittino in via del Castello a Cortina d’Ampezzo. Foto Cristallo (immagine tratta dal volume Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia)

Sophia Loren sotto i flash dei fotografi al suo arrivo a Cortina. Foto Ghedina (immagine tratta dal volume Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia)

La pattinatrice canadese Barbara Wagner si esibisce sulla pista dell’hotel Cristallo. Fece coppia con Robert Paul, vincendo quattro titoli mondiali e un oro olimpico nel 1960. Foto Zardini (immagine tratta dal volume Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia)

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