Firmato da Vittorio Linfante, Simona Segre Reinach, Massimo Zanella e pubblicato da Marsilio Arte, “It’s Snowing! Arte, moda, design sulla neve” guida i lettori alla scoperta dei legami, talvolta inaspettati, fra l’immaginario della neve e i molti linguaggi della creatività. Qui vi proponiamo un estratto dal testo di Massimo Zanella incluso nel volume
Tra neve e colori: quando l’arte racconta l’inverno in movimento
Cosa succede quando la neve non è solo un paesaggio, ma un palcoscenico? Quando il gesto
atletico diventa racconto visivo e le arti decorative si vestono d’inverno? Il rapporto tra arte e sport invernali affonda le radici in secoli di rappresentazioni che raccontano molto più del semplice svago: parlano di cultura, di società, di estetica.
Il legame tra arte e sport attraversa la storia dell’umanità come una traccia sottile ma affascinante. Se la pittura ha da sempre cercato di catturare il movimento e l’emozione del gesto atletico, è con l’avvento degli sport invernali, tra Ottocento e Novecento, che si apre un nuovo capitolo visivo e concettuale. Ma il racconto, in realtà, inizia ben prima. Già nel Medioevo ‒ quando lo sport organizzato era ancora un concetto lontano ‒ troviamo rappresentazioni che esprimono il piacere del gioco e della sfida sulla neve. Un esempio straordinario della rappresentazione invernale medievale si trova tra le mura affrescate di Torre Aquila, all’interno del Castello del Buonconsiglio di Trento. Qui, intorno al 1400, Maestro Venceslao realizzò il celebre Ciclo dei Mesi, un capolavoro del gotico internazionale che narra, con squisita sensibilità, il ritmo dell’anno e della vita. Il mese di Gennaio si apre su un paesaggio incantato: la neve ricopre campi e colline, mentre sullo sfondo si riconosce il castello di Stenico, all’epoca residenza del principe vescovo Giorgio di Liechtenstein. In primo piano, gruppi di nobili avvolti in eleganti mantelli bordati di pelliccia si sfidano in una battaglia a palle di neve, colti in un momento di gioco collettivo, energico, sorprendentemente moderno. Sullo sfondo, due cacciatori si fanno strada nella neve accompagnati dai loro cani, mentre una volpe e un tasso si muovono cauti tra gli alberi, raccontando ‒ quasi in sordina ‒ la vita silenziosa del bosco innevato. L’affresco di Gennaio, con la sua ricchezza di dettagli e la capacità di fondere mondo cortese, natura e azione, offre una delle più antiche testimonianze pittoriche dell’inverno vissuto, non come simbolo allegorico, ma come esperienza reale, fatta di movimento, interazione e relazione con l’ambiente.
Tra le testimonianze più affascinanti dell’immaginario invernale medievale spiccano le miniature delle Très Riches Heures du Duc de Berry, il celebre Libro d’Ore realizzato nei primi decenni del Quattrocento dai fratelli de Limbourg. La pagina dedicata al mese di Febbraio offre uno sguardo vivido su un paesaggio innevato popolato da figure immerse nella quotidianità del tempo freddo: contadini che si scaldano vicino al fuoco, pastori avvolti nei mantelli. I gesti, i movimenti, la gestualità delle figure restituiscono un’idea dell’inverno come tempo attivo, sociale, partecipato. Le Très Riches Heures, nella loro ricchezza decorativa e nella cura minuziosa del dettaglio, offrono così una delle prime rappresentazioni figurative invernali, anticipando ‒ con eleganza cortese ‒ quel dialogo tra corpo e ambiente che tornerà, secoli dopo, nelle opere dei grandi pittori del Nord Europa.
Con l’arrivo dell’età moderna, tra XVI e XVII secolo, l’interesse per il paesaggio invernale si fa più sistematico, soprattutto nella pittura olandese e fiamminga. Pieter Bruegel il Vecchio, con opere come Cacciatori nella neve (1565), apre la strada a una nuova sensibilità. Il centro del dipinto è occupato da tre cacciatori che, insieme ai loro cani, rientrano al villaggio dopo una battuta probabilmente poco fruttuosa; ma è nello sfondo, che si apre come un sipario teatrale oltre la collina, che il dipinto rivela tutta la sua ricchezza narrativa: una distesa gelata su cui si muovono minuscole figure, impegnate in diverse attività su ghiaccio e neve, uomini che pattinano, bambini che scivolano, donne che trasportano fascine, altri che si cimentano in giochi, tuffi, cadute. È un brulicare di gesti, di tentativi di equilibrio, di socialità fisica, in cui si riconosce una sorprendente varietà di movimenti, di ritmi, di posture. Non si tratta ancora di sport in senso moderno ‒ manca l’elemento della competizione codificata ‒ ma siamo chiaramente di fronte a forme di attività fisica condivisa, in uno spazio comune invernale.
Nel corso del Seicento, la pittura olandese sviluppa infatti uno sguardo inedito sulla stagione fredda. Tra i maestri che fanno dell’inverno un tema centrale spicca Hendrick Avercamp, artista attento e minuzioso, capace di trasformare i ghiacci in palcoscenici affollati e brulicanti di vita.
Nei suoi dipinti, canali e laghi congelati diventano il cuore pulsante dell’inverno olandese: uomini, donne e bambini si muovono pattinando, commerciando, giocando, cadendo, amando. La neve e il ghiaccio non sono solo elementi atmosferici, ma veri e propri agenti narrativi, capaci di restituire il ritmo delle giornate fredde e festose.
Avercamp, con il suo sguardo ironico e il gusto per il dettaglio, cattura un mondo in cui il gesto quotidiano si fa racconto corale, facendo del paesaggio invernale un genere autonomo, riconoscibile, popolare e profondamente radicato nella vita delle città. L’inverno diventa così uno spazio vissuto, condiviso, osservato con occhio moderno, in grado di raccontare la relazione tra corpo, natura e società.
Anche gli impressionisti, nel secondo Ottocento, offrono un contributo fondamentale all’evoluzione dello sguardo artistico sull’inverno. Per loro, la neve non è più soltanto sfondo narrativo o allegoria stagionale, ma materia luminosa, vibrante, in continua trasformazione. Artisti come Claude Monet, Alfred Sisley e Camille Pissarro dipingono paesaggi innevati con pennellate leggere e colori freddi, attenti agli effetti atmosferici, alle sfumature della luce e alle variazioni del bianco. Nei loro quadri, la neve diventa esperienza sensibile, campo di osservazione pura. È la modernità dello sguardo che cambia: non si rappresenta l’inverno come scena costruita, ma come impressione visiva, come fenomeno che avvolge, distorce, trasforma. E anche se raramente vi compaiono scene sportive, è proprio grazie a questa attenzione nuova per la luce, il clima e il movimento che si apre la strada a una raffigurazione più dinamica e atmosferica dell’ambiente invernale, anticipando sensibilità che troveranno pieno sviluppo nel Novecento.
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SPORT, ÉLITE E IMMAGINARI ILLUSTRATI
Con l’inizio del Novecento, lo sport invernale smette di essere soltanto attività fisica: diventa uno stile di vita. Le prime località alpine ‒ St. Moritz, Davos, Chamonix, Cortina d’Ampezzo ‒ si trasformano da tranquilli borghi montani in mete d’élite, frequentate da aristocratici, imprenditori, artisti. La montagna si veste d’eleganza, e l’inverno si colora di mondanità.
Questa trasformazione culturale si riflette anche nelle arti visive, in particolare nella grafica pubblicitaria. Tra gli anni Venti e Trenta, illustratori come Emil Cardinaux ed Erich Hermès firmano campagne promozionali per le nuove stazioni sciistiche alpine, trasformando lo sport in un fenomeno estetico e commerciale. Le vedute innevate non raccontano più soltanto la natura o il gesto atletico: diventano icone di uno stile di vita sofisticato, fatto di hotel imponenti, piste impeccabili, abiti tecnici alla moda e momenti di socialità elegante.
Emblematica, in questo senso, è l’opera di Tamara de Lempicka che nel dipinto Saint-Moritz (1929), raffigura una sciatrice dal volto geometrico e dallo sguardo fiero: una figura autonoma, elegante, moderna, una vera icona di stile, che incarna l’immagine della donna atletica e chic, perfettamente a suo agio tra velocità e glamour alpino.
Tra le visioni più originali e intense dell’inverno nella pittura del primo Novecento si distingue quella di Ernst Ludwig Kirchner, figura centrale dell’Espressionismo tedesco e cofondatore del gruppo Die Brücke. Kirchner non guarda all’inverno con nostalgia né con spirito descrittivo: lo attraversa con uno sguardo inquieto, moderno, teso. Nel dipinto Scena di pattinaggio (1925), il ghiaccio non è un semplice sfondo, ma un campo psicologico: i corpi si muovono lungo diagonali forzate, le pose sono tese, i volti sintetici e il gesto atletico diventa riflessione sull’identità, sulla velocità, sulla solitudine.
Fortunato Depero, trentino e profondamente legato alla sua terra, interpreta i temi della velocità, della forza e del dinamismo con uno sguardo coerente e personale: nei suoi lavori, sci, montagne e attrezzature diventano elementi di un linguaggio visivo fatto di forme spezzate e colori vibranti, dove tutto è slancio e ritmo, come in Montagna con sci e piccozza (1930-1940), piccolo olio in cui le cime si trasformano in architetture vive e geometriche; ma è negli anni Cinquanta che realizza alcune delle sue opere più compiute: tra il 1953 e il 1956 progetta la cosiddetta Sala Depero nel Palazzo della Provincia Autonoma di Trento, un ambiente totale dove pareti, arredi e decorazioni costruiscono un mondo colorato e dinamico. Anche se si tratta di una delle sue ultime opere, conserva intatta l’energia visionaria di ottimismo, vitalità e invenzione. Sempre nel 1956, disegna il manifesto Dolomiti e Sci con gesto stilizzato e leggero. Le sagome, ritagliate come collage angolari, si fondono con una montagna che evoca tanto le vette quanto l’architettura slanciata cara ai futuristi. Per Depero lo sport è una forma di racconto della modernità23.
Nel frattempo, l’editoria specializzata si espande e in Italia, riviste come “Lo Sport Fascista”, “La Donna” e “Le Vie d’Italia” celebrano la neve con articoli illustrati che mescolano propaganda e immaginario modernista. In Francia, “Adam”, “La Mode Chic” e “Sports d’Hiver” dettano lo stile delle vacanze in quota. In Polonia e negli Stati Uniti, pubblicazioni come “Zima”, “Sport Zimowy” o “The Illustrated Sporting News” raccontano lo sci come disciplina e rito sociale. Tra fotografie patinate e disegni stilizzati, i corpi atletici ‒ maschili e femminili ‒vengono scolpiti in pose eroiche e plastiche, coerenti con le estetiche del tempo.
Se per l’adulto l’illustrazione è guida di stile e comportamento, anche i bambini hanno il loro immaginario innevato fatto di riviste e album figurati che propongono storie ambientate sulla neve, giochi in slitta, pupazzi sciatori e alfabeti ludici degli sport: celebre è A Winter Sports Alphabet (1926), illustrato da Joyce Dennys con testi ironici di “Evoe” (E.G.V. Knox): un alfabeto da realizzare con i pattini, il tutto accompagnato dai versi giocosi di “Evoe”.
Anche in Italia, Antonio Rubino ‒ illustratore di punta del Corriere dei Piccoli ‒ crea un universo poetico dove la neve è gioco, sogno e racconto. Bambini in slitta, animali antropomorfi, battaglie a palle di neve e figure liberty popolano tavole ricche di ritmo e fantasia. Con uno stile decorativo e onirico, Rubino trasforma il gesto atletico in poesia visiva. Le sue illustrazioni, spesso accompagnate da filastrocche, diventano ponti tra gioco, arte e educazione. Il suo lavoro va oltre la pagina: molte sue immagini ispirano giocattoli, teatrini di carta, sagome da ritagliare. In un’epoca in cui il giocattolo riflette i mutamenti culturali, lo sport invernale entra nelle camerette. In legno, latta o cartapesta, piccoli sciatori a molla, slitte trainate e pattinatori basculanti invadono il mercato europeo: Germania, Austria, Francia, ma anche il Nord Italia. Negli anni Venti e Trenta, con il boom del turismo alpino borghese, il giocattolo invernale assume anche un valore educativo e identitario, aziende come Lehmann, Fernand Martin e INGAP producono bob, pupazzi da sci, teatrini innevati. Negli anni Quaranta, Kay Bojesen, in Danimarca, crea i due celebri sciatori in legno ‒ Boje e Datti ‒ ispirati ai suoi familiari.
Con l’arrivo di Barbie, lo sci entra definitivamente nell’immaginario pop globale. Sulle piste sin dagli anni Sessanta, Barbie ‒ insieme a Ken, Skipper e tutta la famiglia allargata ‒ incarna un’idea di sport e femminilità in costante aggiornamento, secondo mode, tecnologie e gusti estetici. Tra plastica, colore e performance, il gioco diventa racconto visivo, in perfetta sintonia con quel linguaggio pop che, proprio in quegli anni, comincia a ridefinire i confini tra arte, consumo e cultura di massa. […]
Massimo Zanella
Testo tratto da It’s Snowing! Arte, moda, design sulla neve, Marsilio Arte, Venezia 2025
BIO
Massimo Zanella è storico dell’arte e iconografo, appassionato di musica, letteratura, arte e moda. A queste “passioni” affianca l’attività di book designer e di editor per alcune delle principali case editrici italiane. È autore di saggi di storia dell’arte e della moda e volumi illustrati, tra i quali Il design del tessuto italiano (Marsilio Arte, 2023).
Didascalie:
Manifattura francese, Sport invernali, 1880-1890. Broccato, Como, Fondazione Antonio Ratti. Pagina 29 del volume
Fortunato Depero, Dolomiti e Sci, 1956. Litografia a colori su carta, collezione privata. Pagina 62 del volume
Andy Warhol, Rod Gilbert, 1977. Serigrafia a colori su tela, collezione privata. Pagina 62 del volume
Elena Scavini x Manifattura Lenci, Torino, Sciatore, 1930 circa. Terraglia, Rosignano Maritimo, Collezione Raffaello Pernici – Best Ceramics. Pagina 73 del volume
Gio Ponti X Società Ceramica Richard-Ginori, Doccia, Sei piatti della serie “Gli Sport”, 1930 circa. Porcellana, collezione privata. Pagina 86 del volume
Gerhard Riebicke, Camerieri sui pattini servono bevande agli ospiti sulla pista di ghiaccio del Grand Hotel di St. Moritz, 1925 circa. Stampa in bianco e nero su carta, collezione privata. Pagina 88 del volume
Moncler, campagna pubblicitaria, 1982. Stampa a colori su carta, collezione privata. Pagina 146 del volume
Gladys Perint Palmer, Illustrazioni per la Collezione Donna Missoni, 1992. Pennarelli su carta, Archivio Missoni. Pagina 193 del volume (cover photo)
Riccardo Guasco x Esselunga, Slalom, 2025. Courtesy Riccardo Guasco. Pagina 230 del volume
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