Parole

da MArte

La mostra che racconta Venezia attraverso gli oggetti e i ricordi dei suoi abitanti

di Redazione

Ca’ Tron e il Padiglione Venezia ai Giardini della Biennale ospitano “Diario veneziano”, la mostra ispirata al progetto partecipativo ideato da Ilya ed Emilia Kabakov. Ne abbiamo parlato con i curatori, Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate

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Oltre settecento abitanti della città metropolitana di Venezia hanno risposto all’open call che reso possibile la mostra Diario veneziano, il cui progetto si deve a Ilya ed Emilia Kabakov, coppia di artisti che ha individuato nella partecipazione uno dei propri punti di forza. A distanza di tre anni dalla morte di Ilya Kabakov, la mostra rende omaggio al duo innescando un dialogo profondo con Venezia e invitando i suoi abitanti a descrivere il loro legame con la città attraverso oggetti e parole, ora custoditi dalle teche che affollano il piano nobile di Ca’ Tron – edificio cinquecentesco affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav di Venezia ‒ e che arricchiscono l’allestimento del Padiglione Venezia ai Giardini della Biennale, nell’ambito di Note persistenti, il progetto espositivo curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi. I curatori di Diario veneziano ‒ Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate ‒ ci hanno raccontato tutti i dettagli di un’operazione che offre un coinvolgente punto di vista sulla città.

Diario veneziano affonda le radici nel progetto ideato da Ilya ed Emila Kabakov nel 1993 per Gand in occasione della mostra collettiva Rendez (-) Vous al Museum van Hedendaagse Kunst. Come si è evoluto il progetto nel tempo e qual è la peculiarità del capitolo veneziano?
Cesare Biasini Selvaggi: La cornice concettuale è la medesima, ma il contenuto, il contesto e le finalità sono profondamente diversi. Rimane del progetto di Gand l’idea di esporre oggetti che siano “casse di risonanza” di persone all’interno di teche museali. Diario veneziano rappresenta un’estensione nonché una rifondazione del progetto stesso. Diario veneziano mette al centro non solo una comunità di persone ma, in un approccio trinamico, Venezia e il legame dei suoi abitanti con la città. Il contesto poi in cui si svolge l’odierno progetto dei Kabakov è unico, non surrogabile, pertanto non assimilabile ad altri. Nella preparazione della mostra ci siamo interrogati spesso se fosse possibile un domani realizzare un Diario romano, fiorentino, ecc. La risposta è con sicurezza negativa. L’irripetibilità di Venezia è figlia di una storia, in particolare quella della Serenissima, di un’identità rimasta originaria, grazie alla dimensione da hortus conclusus della città/isola. Inoltre, Diario veneziano rispetto alla pratica processuale del 1993, ha presentato nelle teche in mostra le storie dei veneziani come protagoniste, trascritte con cura su cartoncini, di cui l’oggetto collegato rappresenta l’ancillare versione simbolica. Il linguaggio narrativo è una costante della ricerca dei Kabakov, figlio di quell’imponente tradizione letteraria sovietica che contraddistingue la formazione tanto di Ilya che di Emilia.
Giulia Abate: Nel progetto realizzato a Gand nel 1993 gli oggetti avevano una funzione molto diversa: ai partecipanti veniva chiesto di consegnare oggetti privi di un particolare valore sentimentale, perché sarebbero poi stati reinterpretati dagli artisti invitati all’interno del dispositivo espositivo ideato dai Kabakov. L’attenzione era quindi rivolta soprattutto alla trasformazione artistica dell’oggetto. In Diario veneziano avviene invece un ribaltamento radicale. Qui l’oggetto non è più il centro dell’opera, ma diventa quasi una soglia attraverso cui accedere a una storia personale. È il racconto ad assumere un ruolo centrale: le memorie, le esperienze, gli affetti e i legami con Venezia costituiscono il vero materiale dell’installazione.
La grande novità del progetto veneziano risiede proprio nella pratica dell’ascolto. I Kabakov hanno costruito uno spazio in cui centinaia di abitanti hanno potuto raccontarsi, trasformando frammenti privati in una narrazione collettiva. Le storie emerse ‒ spesso semplici, quotidiane, intime ‒ finiscono per delineare l’identità profonda della città molto più di qualsiasi rappresentazione monumentale o celebrativa.
Per la prima volta, inoltre, i protagonisti di una mostra non sono artisti, collezionisti o figure istituzionali, ma gli abitanti stessi: persone comuni che, attraverso un oggetto e una memoria, entrano al centro della scena e diventano autori di un grande autoritratto corale di Venezia.

Le teche racchiudono gli oggetti e le parole condivisi da oltre settecento abitanti della città metropolitana di Venezia, dando forma a un racconto corale e al tempo stesso intimo. Quali sono le intenzioni dell’artista nell’intrecciare un simile racconto? Che cosa vuole consegnare al presente e al futuro?
Cesare Biasini Selvaggi: L’intenzione è sempre stata una ed è una peculiarità assoluta di Diario veneziano rispetto al prequel di Gand: far sfilare sul red carpet della Biennale di Venezia per una volta i veneziani, coloro che sono sempre dietro le quinte, che rendono possibile gli straordinari eventi che si svolgono in laguna, e che tuttavia non accedono mai neanche a un ringraziamento in un colophon di mostra. Quello dei Kabakov è un progetto personale di restituzione a tutti i veneziani che gli hanno permesso in mezzo secolo di realizzare, dentro e fuori la Biennale, installazioni fondamentali del proprio percorso di ricerca. I Kabakov lasciano così ai posteri uno dei più potenti ed efficaci ritratti di Venezia dopo Carpaccio, Bellini e Canaletto: quello di una comunità vitale, che morde il futuro, dall’identità radicale evidente già nei bambini così come nei “foresti” che la scelgono come patria d’elezione e di vita (Venezia è, unica nel suo genere, una città che insegna a chi la abita), dalla creatività diffusa che attraversa generazioni, mestieri e professioni. Ma, soprattutto, i Kabakov consegnano al futuro il “dna” dei veneziani, distillabile in un’unica sequenza di lettera: il senso per la libertà, rimasto inalterato dai tempi della Repubblica.
Giulia Abate: L’intenzione del progetto sembra essere quella di restituire centralità a una comunità spesso invisibile, ma fondamentale per la vita della città. Diario veneziano sottrae Venezia alla sola dimensione monumentale, pittoresca e turistica per riportare l’attenzione sulle persone che la abitano e la sostengono quotidianamente: bambini, donne, uomini, famiglie, lavoratori, anziani, studenti.
In questo senso, racchiudere gli oggetti nelle teche assume un significato preciso: custodire delle storie. In questo caso le teche non servono semplicemente a esporre, ma a proteggere e valorizzare frammenti di vita che normalmente restano ai margini dello sguardo pubblico. Ogni oggetto ‒ anche il più semplice ‒ diventa qualcosa da osservare con attenzione, quasi da ammirare, perché porta con sé la memoria di chi contribuisce ogni giorno a mantenere viva Venezia. Tutto ciò si ricollega anche all’attenzione che la tradizione veneziana rivolge all’oggetto al manufatto artigianale, basti pensare al vetro di Murano oppure agli artisti che nella storia della pittura veneta, si sono dedicati a ritrarre interni e scene di vita quotidiana con grande cura e vivacità, come Pietro Longhi o Giandomenico Tiepolo, capaci entrambi di restituire l’immagine di una città dinamica e ricca di dettagli.
Emilia Kabakov compie così un gesto di restituzione simbolica molto forte: per una volta il “tappeto rosso” non è riservato ai protagonisti del sistema dell’arte o ai visitatori internazionali, ma ai veneziani stessi. Sono loro i veri protagonisti dell’opera. Persone che spesso rimangono dietro le quinte diventano finalmente visibili attraverso i loro racconti, le loro emozioni e i loro ricordi.
Il progetto dà voce a una comunità che dall’esterno può apparire sommersa o silenziosa, ma che in realtà continua a essere profondamente viva. Ed è proprio questa vitalità, fatta di relazioni, memorie condivise e senso di appartenenza, che emerge con forza dalle storie raccolte nel Diario veneziano.

L’identità dei partecipanti è salvaguardata grazie alla scelta di usare solo i loro nomi propri. Quale idea di collettività emerge da questo coro di parole e oggetti accomunati da una sorta di anonimato?
Cesare Biasini Selvaggi: L’idea di una collettività unita, con punti di contatto fondamentali rappresentati, già da bambini, dalle calli e da quei giochi di gruppo accompagnati dal riverbero dell’acqua, per proseguire nei bacari mentre si brinda con un’ombra de vin. E poi c’è quel senso di comunità del “mutuo soccorso” che origina dalle antiche compagnie e confraternite, che fa la sua parte nelle evenienze della vita sia materiali che spirituali. Lo sport, poi, molto praticato in tutti gli ambiti, è un altro vettore di socialità ancora molto sentito. Diario veneziano, grazie all’incantesimo evocato dalla visionarietà dei Kabakov, rappresenta una soglia magica per accedere a questa autenticità intangibile che informa la collettività veneziana, consolida da radici ben piantate negli affetti familiari, ieri come oggi.
Giulia Abate: La scelta di utilizzare soltanto i nomi di battesimo contribuisce a creare una dimensione di maggiore intimità e vicinanza. Le persone che partecipano al progetto non vengono definite dal cognome, dalla professione o dal ruolo sociale, ma semplicemente dalla loro presenza umana e dalla storia che decidono di condividere. Questo permette ai racconti di assumere una dimensione più autentica e universale, quasi sospesa tra memoria privata ed esperienza collettiva.
L’aspetto forse più interessante emerso dal progetto è l’assenza di una vera distinzione tra le storie degli adulti e quelle dei bambini o dei più giovani. Gli oggetti cambiano ‒ un giocattolo, una maschera di Carnevale, una conchiglia, un utensile da lavoro ‒ ma i temi che ritornano sono sorprendentemente gli stessi: il legame con la famiglia, l’amicizia, il senso di appartenenza, i luoghi dell’infanzia, l’acqua, le calli, i piccoli rituali quotidiani. In questa mostra l’oggetto ha una dimensione polimorfa: assume varianti ed espressioni diverse sia in rapporto al contesto e alla percezione di chi lo osserva, sia in relazione a una memoria comune che attraversa le generazioni e continua a trasmettersi nel tempo.
Da questo coro di voci emerge quindi un’idea di collettività molto particolare: non una comunità costruita attorno a simboli ufficiali o a un’identità dichiarata, ma una comunità emotiva, fatta di esperienze condivise, gesti tramandati e ricordi che si assomigliano anche quando appartengono a persone molto diverse tra loro.
Diario veneziano mostra così una Venezia profondamente umana, in cui la memoria individuale diventa parte di una narrazione più ampia. Le storie raccolte non parlano solo dei singoli partecipanti, ma restituiscono il ritratto di una città che continua a riconoscersi nei suoi legami affettivi, nelle relazioni quotidiane e in una sensibilità comune che unisce generazioni differenti.

Intervista a cura di Arianna Testino

INFO
Diario veneziano
fino al 28 giugno 2026
CA’ TRON
Santa Croce 1957, Venezia
fino al 22 novembre 2026
PADIGLIONE VENEZIA
Giardini della Biennale, Venezia
https://www.labiennale.org/it

BIO
Cesare Biasini Selvaggi è un curatore indipendente, manager culturale e giornalista pubblicista.
Da marzo 2017 è direttore editoriale delle testate italiane exibart.com, exibart.onpaper, exibart.tv.
È responsabile per le arti visive di Solares Fondazione delle arti. È segretario generale della Fondazione Selina Azzoaglio | Innovation through Art e della Fondazione THE BANK ETS – Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea. Dal 2023 è co-curatore di Ifis art, il progetto di arte e cultura di Banca Ifis.
È autore di oltre un centinaio di saggi di arte moderna e contemporanea e di cataloghi, pubblicati per i tipi di Mousse, De Agostini, RCS Libri, Hachette, Mondadori, Electa, Skira, Silvana Editoriale, Carlo Cambi editore, De Luca editori d’arte, exibart.edizioni.
Ha ideato e realizzato più di 150 mostre d’arte contemporanea tra l’Italia e l’estero. Tra le ultime, la retrospettiva dedicata a Mario Ceroli alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la retrospettiva di Giacomo Balla al Palazzo del Governatore di Parma e la prima personale italiana di Chris Soal al MAXXI.
È co-curatore del Padiglione Venezia alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (2026).

Giulia Abate è una manager culturale e curatrice che opera nel campo dell’arte contemporanea sia a livello nazionale che internazionale. Con oltre vent’anni di esperienza, si occupa di archivi d’artista, curatela di mostre e direzione di progetti culturali complessi, coniugando visione strategica con una forte attenzione all’innovazione, al coinvolgimento del pubblico e alla qualità espositiva.
Dal 2023 è fondatrice di BAM – Public Art Projects, attraverso cui sviluppa e cura mostre di arte pubblica in tutta Italia, seguendone tutte le fasi: dal concept alla produzione e alla comunicazione. Tra le mostre realizzate con BAM figurano Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov a Ca’ Tron (2026), POESIA di Marcello Maloberti al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma (2025-2026), Botero a Roma (2024), Tony Cragg. Infinite and Beautiful Forms alle Terme di Diocleziano a Roma (2024–2025) e The Lobster Empire di Philip Colbert in Via Veneto a Roma (2022-2023).
Sempre dal 2023 è curatrice del Parco Internazionale di Scultura di Banca IFIS, nell’ambito del progetto IFIS Art, dove segue le commissioni site-specific e la programmazione culturale a Villa Fürstenberg.
Dal 2007 dirige l’Archivio Claudio Abate a Roma, promuovendone il patrimonio attraverso mostre, pubblicazioni e progetti audiovisivi. Tra i principali progetti curati figurano il documentario Claudio Abate “L’obiettivo sull’arte” di Pappi Corsicato.
Nel 2022 ha realizzato la monografia Claudio Abate, a cura di Germano Celant.
È laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università Sapienza di Roma e ha conseguito un Master in Marketing e Comunicazione presso la Il Sole 24 Ore Business School.

Didascalia:

Ilya ed Emilia Kabakov, Diario veneziano, 2026. Installation view, Ca’ Tron – Università Iuav di Venezia. Photo Osvaldo Di Pietrantonio. Courtesy Ilya and Emilia Kabakov Art Foundation

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