Dal 2 dicembre 2025, Le Stanze della Fotografia sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia ospitano la mostra “Dolomiti. Un paesaggio tutelato”, che riunisce gli scatti di Manuel Cicchetti ispirati all’iconico paesaggio montano patrimonio mondiale UNESCO. Il progetto affonda le radici nell’omonimo volume pubblicato da Marsilio Arte e incluso nella collana dedicata ai siti UNESCO del Veneto. Le fotografie di Manuel Cicchetti e le parole di Antonio G. Bortoluzzi accompagnano il lettore alla scoperta di un territorio eccezionale. Qui vi proponiamo le parole di Antonio G. Bortoluzzi tratte dal volume
La meraviglia delle Dolomiti
LA PROFONDITÀ DEL TEMPO
Nel mezzo dell’Europa pianeggiante c’è la grande discontinuità delle Alpi, come se mani giganti avessero impastato, arrotolato, raggrumato le pianure circostanti più e più volte fino a elevare le vette rocciose. All’interno delle Alpi c’è il patrimonio mondiale dell’umanità, le Dolomiti, una materia lavorata nel corso di centinaia di milioni d’anni, su un basamento di porfido dove mani ciclopiche – proprio come su un bancone da lavoro – hanno steso, mescolato, compresso gli elementi della Terra primordiale: calcari, arenarie, gessi e carbonati di calcio; le sostanze minerali amalgamate con quelle organiche figlie del mare salato, caldo e poco profondo – la primigenia fabbrica di vita costituita da batteri, alghe, molluschi, spugne, coralli, conchiglie – che ha edificato, strato su strato, piattaforme, scogliere e isole che oggi sono il profilo delle Dolomiti.
Una profondità di tempo che è abisso e innalzamento, sedimento ed eruzione, fusione ed erosione, crollo e trasformazione continua, un tempo profondo che ci attrae lassù, alla bellezza, allo stupore, all’incanto, che sono tali perché racchiudono e dispiegano davanti a noi ciò che si trovava nel fondo del mare e che oggi rappresenta l’ultimo stato solido prima del cielo.
Questa stratificazione si può ammirare nella stretta valle scavata dal torrente Bletterbach, dove la montagna è tagliata da una forra profonda fino a quattrocento metri e lunga otto chilometri, su un dislivello di mille metri: le pareti mostrano gli strati colorati a partire dalla base, dove risalta il rossastro del porfido quarzifero di Bolzano. Dall’Alpe di Siusi, di fronte allo Sciliar, il massiccio dall’inconfondibile sommità pianeggiante – appartenente al Gruppo dolomitico Sciliar-Catinaccio, Latemar –, si ha invece l’impressione di osservare un’isola dal fondo di un mare prosciugato.
Ma anche le prime forme di vita hanno un cuore dolomitico: al museo paleontologico Rinaldo Zardini di Cortina d’Ampezzo, sono raccolti i reperti fossili frutto della passione e della competenza dello speciale autodidatta ampezzano. Le gocce d’ambra, piccole e antiche porzioni di vita scaturite dal pianeta Terra, sono il resto fossile della resina delle conifere che si presenta a noi come piccole perle color del miele. Sono gocce che racchiudono i segreti della vita primordiale: batteri, protozoi, spore, polline e acari, microorganismi sigillati nei piccoli forzieri d’ambra da duecentotrenta milioni d’anni. Rinaldo Zardini ha attraversato passo dopo passo valloni, montagne, ghiaioni, torrenti, donando al mondo una collezione che è sempre viva e oggetto di studio e nuove scoperte.
E un attraversamento è necessario anche per noi, in questi anni – il frammento di tempo in cui viviamo –, perché il Patrimonio dell’umanità si estende su tre regioni: Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto; cinque province: Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento, Udine; e risuona di quattro lingue: italiano, tedesco, ladino, friulano e una quantità di dialetti che rendono l’insieme dei nove sistemi montuosi delle Dolomiti un luogo unico al mondo.
DI BUON PASSO, COME DOLOMIEU
Un modo per arrivare in uno dei cuori delle Dolomiti consiste nel partire da Venezia, seguire il corso del fiume Piave e quindi la strada statale 51 di Alemagna fino a Cortina d’Ampezzo. Venezia-Cortina, due luoghi conosciuti in tutto il mondo: basta prendere l’auto e procedere dalla costa adriatica, attraversare la pianura, giungere alle colline e poi spostarsi ancora più su, fino alle Prealpi; in poco tempo avremo percorso più di cento chilometri e saremo lì, ai piedi delle Dolomiti, alle forme erette e splendide come sculture che svettano oltre i prati e le basi di pietrisco che le cingono. Da lì vedremo i Monti pallidi – com’erano chiamati nei tempi antichi – diventare colorati e cangianti alla luce del sole: la roccia dolomitica che s’infuoca al tramonto quando i raggi illuminano quelle vette donando tinte inattese, profondità di sguardo e atmosfere da fiaba.
Ecco, il poco tempo che impieghiamo a percorre in auto il pugno di chilometri che separa la pianura dalla montagna non ci fa bene. Le Dolomiti dovrebbero essere raggiunte per gradi, e noi essere alleati del tempo, dello scorrere del tempo che lavora sul corpo, sui pensieri, su ciò che siamo, così da non arrivare davanti al Patrimonio mondiale dell’umanità come dei bambini ubriacati con metodo da un secolo di bellezza facile e comoda, che ha come “sfondo” le vette dolomitiche. Solo come sfondo, e quindi come qualcosa di intercambiabile, di inessenziale, qualcosa che potrebbe essere sostituito da altro, col passare delle mode.
Immaginiamo invece di partire a piedi da Venezia e di puntare verso la Perla delle Dolomiti, come ai tempi del naturalista francese Déodat de Dolomieu alla fine del Settecento, il quale intuì l’unicità della materia dolomitica che avrebbe preso il suo nome. Oggigiorno sono molti i cammini, e c’è tanta voglia di fare quest’esperienza a piedi: c’è il famoso cammino di Santiago di Compostela, per esempio, quasi ottocento chilometri – o anche solo una frazione di quella lunga marcia dei pellegrini –, magari da percorrere a una media di venti chilometri al giorno; si cammina per ore e ore, spesso in gruppo, attraversando i luoghi un passo dopo l’altro, così come si è sempre fatto per millenni, fino alle soglie della modernità, con la locomozione veloce e poi supersonica. Sono pratiche che oggi molte persone sperimentano e, ancora di più, sognano di poter fare. Non è sempre necessario andare a piedi dal capoluogo veneto alle Dolomiti, ma provare a immaginarlo, questo sì, bisognerebbe farlo. E quindi eccoci qui, di mattina presto, alle Zattere a Venezia: possiamo provare a percorrere quindici chilometri al giorno, e in poco più di una settimana saremo nel cuore delle Dolomiti.
LE SETTE VIE DELLA MONTAGNA
Lasciamo subito il salmastro e l’orizzonte aperto del mare, continuiamo lungo i canali dove l’acqua salata si mischia all’acqua dolce, e avanti così, verso la pianura di campi e capannoni, strade, ponti, paesi. Man mano che si procede, ci sono sempre meno campi e sempre più capannoni, spesso vuoti, disabitati dal lavoro e dalle persone; periferie in trasformazione silente, poca gente per strada. E le colline morbide coltivate a vite, così belle e inquietanti, quando una sola coltura prende tutto lo spazio; e finalmente le montagne all’orizzonte, e il letto ampio del Piave – che un tempo era la Piave, come acqua, come madre, come generatrice di vita, di risorse, di commercio –, un fiume che oggi è in prevalenza un segno chiaro di ghiaia da seguire fino alle Prealpi venete, e a Belluno. A questo punto inoltriamoci nelle stesse valli selvagge conosciute da Dino Buzzati quand’era ragazzino, e che oggi sono il Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi: come scrisse Buzzati, «esistono da noi valli che non ho mai visto da nessuna altra parte. Identiche a paesaggi di certe vecchie stampe del romanticismo che a vederle si pensava: ma è tutto falso, posti come questo non esistono.
Invece esistono: con la stessa solitudine, gli stessi inverosimili dirupi mezzo nascosti da alberi e cespugli pencolanti sull’abisso, e le cascate di acqua, e sul sentiero un viandante piuttosto misterioso. Meno splendide certo delle trionfali alte valli dolomitiche recinte di candide crode. Però più enigmatiche, intime, segrete».
Possiamo immaginare Buzzati mentre scorgeva dalla villa di San Pellegrino, appena fuori la città di Belluno, il Monte Serva, il Gruppo della Schiara con la Gusèla del Vescovà, i Monti del Sole. Sono i primi decenni del Novecento e Dino, prima ancora di essere lo scrittore, il drammaturgo, il giornalista, il pittore, osserva oltre il Piave la bella città, i boschi circostanti e soprattutto quella materia compatta che si erge in forma di vette, contrafforti, guglie e pinnacoli, chiudendo l’orizzonte e popolandolo di magia, avventura e cupi presagi. E forse è proprio la Gusèla, quell’ago verticale – riferimento magnetico per ogni bellunese –, a essere il centro di qualcosa di così diverso e “altro” rispetto alla città di Milano dove viveva.
Poi direzione Cadore, fino a incrociare la strada statale di Alemagna. Prima di giungere alle montagne, è necessario fermarsi a Castellavazzo, dove svetta l’antica torre angolare della Gardona. Affacciandosi da quest’ultima, in alto sul costone della montagna, sfiorata dal ruscello che scorre quasi in verticale sulla superficie levigata della roccia, si apre uno stretto squarcio sul greto del Piave, chiuso dalla montagna sul lato opposto, che mostra le Sette vie della montagna. Sono vie antiche, moderne e perfino postmoderne, ma sempre un segno di passaggio, attraversamento, incontro, umanità al lavoro.
La prima via è il sentiero che ripercorre la millenaria Via Regia, che risuona dei passi leggeri di pellegrini, contadini, commercianti. La seconda è il fiume Piave, l’antica via d’acqua dei zatèr, gli zattieri, i marinai di fiume che dentro il fragore dell’acqua portavano a Venezia il legno, la pietra, il ferro, il carbone e i prodotti della terra montana. La terza è la ferrovia della modernità veloce, esatta e prevedibile delle stazioni, del fischio, del vapore e dell’acciaio che nel viaggio, anche nel cuore delle terre alte, porta il ritmo della fabbrica, della città, del progresso. La quarta è la strada statale di Alemagna, la via carrozzabile che oggi soffre il traffico automobilistico soprattutto nei giorni di festa o nelle domeniche d’inverno e d’estate, quando le vette vengono assaltate dai turisti. La quinta via è il ponte-tubo che consente il fluire dell’acqua in una delle centrali dell’impianto idroelettrico del Vajont. Questo nome, che un tempo indicava il torrente scrosciante in una stretta forra e poi la diga a doppio arco più alta del mondo, dal 9 ottobre 1963 ricorda per sempre la strage, il disastro causato dall’uomo – e perciò evitabile – che ha visto la distruzione totale di vite e paesi, memorie e tradizioni nella valle del Piave, con la cancellazione di Longarone e, sulle montagne di Erto-Casso, con l’annientamento delle frazioni a ridosso del lago artificiale. Il Parco naturale delle Dolomiti friulane è la porta d’accesso alle Dolomiti d’Oltre Piave, nelle province di Pordenone e Udine, montagne selvatiche per eccellenza, dove svettano, oltre i 2500 metri, Cima Preti, il Monte Duranno, la Croda Montanaia, il Monte Cridola, il Crodon di Giaf; e quindi gli ampi Spalti di Toro e l’iconico Campanile di Val Montanaia. I tralicci dell’alta tensione sono la sesta via, che permette il passaggio dell’energia elettrica, l’invisibile forza del «Chi tocca muore» – com’era inciso nelle tabelle di lamiera alla base dei tralicci, a segnalare il pericolo di folgorazione – e senza la quale non si accenderebbe quasi nulla di ciò che arreda le nostre vite. E infine c’è una settima via della montagna, la più impensabile fino a qualche decennio fa: la pista ciclabile della Venezia-Monaco, una strada d’oggi che non è antimoderna, ma al contrario riscopre la fatica del corpo in movimento – anche quando servoassistito dalle bici elettriche – e permette di pedalare per chilometri e chilometri accanto a corsi d’acqua, dentro i boschi e attraverso le valli, inebriati di odori e sensazioni nuove perché dimenticate nel frastuono della vita urbanizzata in cui ci troviamo immersi.
Una tappa sulla terrazza della torre della Gardona per guardare di sotto e indietro nel tempo, per vedere un’altra stratificazione: le linee d’intreccio, di passaggio, la storia delle genti, del lavoro. Una sosta, un respiro profondo, prima di riprendere la via delle Dolomiti, per essere poi pronti al bosco, alla prateria alpina, al viàz, alla cengia, alla forcella, alla parete. Alla vetta. Arrivandoci per gradi, salendo piano, col giusto tempo, potremmo provare ad avvertire il magnetismo vertiginoso che ci rende parte di quel mondo che si erge davanti a noi e viene da lontano, dal principio del pianeta: è stato eroso, modellato, e prima di noi è stato visto, camminato, vissuto dalle popolazioni preistoriche e storiche, dalle genti di passaggio, che si sono poi raccolte nei villaggi alpini sviluppatisi ai loro piedi.
ABITARE LE DOLOMITI
Ma c’è un altro modo di stare in montagna, e riguarda i montanari e le montanare, coloro che non hanno mai vissuto altrove, e che non conoscono, se non di sfuggita, altri luoghi e altre latitudini. Persone che vivono da sempre circondate dalle vette, e il cui orizzonte è stato e continua a essere quello dolomitico. Questa umanità non è “altra” rispetto a chi giunge alle vette dalle terre piane: si sa stupire, meravigliare, è in grado di cogliere i gradi di bellezza – e ha la fortuna di vedere gli stessi luoghi ogni giorno, assaporandone i mutamenti –, ma dentro un rapporto diverso con le terre alte, una relazione che mette al centro “il fare per vivere”: questo “fare” è il lavoro. L’antica fatica del corpo all’opera nei boschi, sui poderi ripidi, quell’abitare sempre la montagna, anche quando le condizioni climatiche sono avverse, ha sviluppato un’attitudine: è un saper fare che ha attraversato i secoli e le generazioni, giungendo fino a noi per portare l’eco di giornate e vite spese a ricavare qualche frutto dal bosco, dalle coltivazioni, dall’allevamento, dal piccolo commercio.
A noi sono giunti come reperti gli antichi attrezzi di ferro e legno – falce, forca, rastrello, ascia, sega, zappa – che a volte arredano i muri dei locali pubblici o delle case private, insieme ad altri strumenti più misteriosi che ci raccontano della coltivazione dell’orzo, della canapa, del frumento, del granoturco: ognuna di queste colture aveva pochi ma preziosi “ferri del mestiere”, arrivati a una specie di perfezione sedimentatasi in secoli e secoli di lavoro a forza di braccia. E anche l’allevamento di ovini, bovini e suini è testimoniato da oggetti che mostrano tecniche preindustriali ma industriose ed efficaci. Basti pensare alla trasformazione del latte in formaggio, la speciale alchimia che avviene con l’aggiunta del caglio al latte portato alla giusta temperatura. Negli antichi prodotti caseari c’è la scienza di un mondo povero che ha saputo produrre e conservare sui prati circondati da boschi e su, sempre più su, fino alla base delle vette. Le cime, così inaccessibili, indicavano la dimora del sacro e della divinità, ma anche dell’animale selvatico, nato dalla roccia come un dio, stanato e cacciato e portato a valle per nutrire il villaggio. Questo accadeva migliaia di anni fa, quando i primi raccoglitori e cacciatori, con la buona stagione, si spingevano sui passi dolomitici, come a Mondeval de Sora dove, alla base del grande masso erratico, è stato sepolto dal suo clan l’uomo preistorico che ci mostra – insieme alla mummia del Similaun, noto come Ötzi, e al cacciatore della Val Rosna – un’altra montagna: un luogo estremo ma attraversato, vissuto e infine abitato anche a quote considerevoli.
Questi uomini primitivi possedevano strumenti di legno, pietra, corno, osso e rame, e sapevano come procurarsi cibo, vestiario, riparo. Mondeval e Val Rosna ci insegnano che quei nostri antenati praticavano la ritualità della sepoltura, rappresentando loro stessi nel mondo ma anche oltre, attraverso il rito.
Il lavoro in montagna ci suggerisce una vita in quota, un abitare che dev’essere figlio di ciò che è stato migliaia di anni fa, e sulle Dolomiti questo è ancora concesso.
L’ambiente circostante è lo stesso dell’epoca preistorica, una circostanza che non può verificarsi nelle città, edificate su strati e strati di macerie, e dove gli straordinari reperti risalenti a un’epoca lontana sono visibili in un ambiente urbano fatto di strade, edifici e infinite costruzioni tra le quali brilla qualche perla risalente al passato antico. A Mondeval de Sora, invece, nei pressi del grande masso che è stato rifugio e sepoltura, si può vedere, respirare, annusare e calpestare quello stesso mondo che era il mondo originario del cacciatore.
LE MANI DI CERTI VECCHI
Mario Rigoni Stern ha detto: «Io coltivo l’orto e qualche volta quando vedo le aiuole con il letame ben sotto, la terra ben spianata, provo la stessa soddisfazione di quando ho finito un buon racconto. Allora dico anche questo: una catasta di legna ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade è bella»5. Di cosa sta parlando lo scrittore che ha raccontato la ritirata di Russia, la natura e la montagna? Parla di una bellezza che è fatta, costruita, di un lavoro che è cura. Ancora oggi le mani di certi anziani al lavoro nelle valli e nelle montagne dolomitiche – anche se hanno una lingua o un dialetto diverso – mostrano gli stessi segni d’usura: i calli, le cicatrici, la pelle seccata, le nocche sporgenti, le unghie nere e spezzate che sono l’espressione di uno stare al mondo, di un’abitudine all’afferrare, al maneggiare, al torcere. Le mani di certi vecchi e di certe vecchie ci insegnano una montagna che unisce la mano al manico della falce, la falce all’erba, l’erba alla terra; e la stessa cosa si può dire del campo, del pascolo, del bosco, della vetta: l’esperienza della mano è visibile anche nel moderno scalatore che afferra, si eleva, cerca un equilibrio per il quale la fessura, il gradino, il dente di roccia diventano estensioni del suo stesso corpo, e finché lo sono, finché vi è l’unità tra corpo umano e montagna, non c’è caduta. La vita di chi nasce e vive in montagna è improntata, da generazioni, a una fatica che sfiora il sacrificio, e ciò che vediamo di bello intorno a noi, perfino nei piccoli luoghi che attraversiamo per giungere al cospetto delle magnifiche vette, testimonia uno spessore umano e storico straordinari.
Attraversando i paesi dolomitici dovremmo provare a bussare a una porta per incontrare chi resiste allo spopolamento, alla denatalità, all’abbandono del villaggio, e chiedere a quella vecchia che ci apre perplessa e vagamente sospettosa perché è ancora lì, perché si prende cura della casa, del podere, perché è così tenacemente aggrappata alla sua striscia di prato – tanto da essere disposta a litigare col vicino se questi sconfina –, da cosa deriva quella sua testardaggine quando tutto, intorno a lei, cambia o addirittura crolla? Questa persona dirà: «Parché l’é mè» (bellunese), «Dèc al é mi» (ladino), «Parcè al è gno» (friulano), perché è mio, un bene non cedibile che va curato, accudito, difeso come fosse un figlio; perché è mio dovere, per rispetto dei vèci, di chi ha passato la vita ad aver cura della baita, della sorgente, del sentiero, della canaletta, del pascolo, del prato. Per queste persone nate e vissute in montagna non sembra più esserci un confine tra il mondo e sé stessi, e il loro prato diventa addirittura un’estensione del corpo o, al contrario, loro stessi si fanno estensione del paesaggio.
È necessario lavorare le terre alte: in alcune province già avviene, e il grande dramma dello spopolamento e della denatalità ha fatto un passo indietro. In altre, invece, appare più difficile, quasi impossibile, e le case abbandonate, le baracche e le stalle cadenti, gli orti distrutti, i campi diventati una distesa di sterpaglia possono solo far intuire ciò che era il paesaggio alpino d’un tempo. Oggi nessuno sembra più essere disposto a fare fatica sulle terre ripide; i mezzi meccanici e la tecnologia hanno allontanato le persone dai luoghi della fatica fisica per portarle al comfort, al relax, ma siamo sicuri che questo “riposo” sia la nostra salvezza?
Pensiamo alla bicicletta, lo strumento di locomozione nato nell’Ottocento e che nel corso dei decenni è diventato tante cose, perfino uno sport che appassiona milioni di spettatori con il Giro d’Italia o il Tour de France. Ma oggi la bicicletta non ha solo a che fare con lo sport ai massimi livelli, è un modo di incontrare il mondo: chi avrebbe immaginato, solo quarant’anni fa, che ci sarebbero state delle persone disposte a sfiancarsi in salita attraverso le valli, in sella alle biciclette? A fare fatica senza essere mosse da una necessità di lavoro, di commercio o d’incontro con persone, ma solo da quell’impulso al movimento dei muscoli all’aria aperta, per fare una nuova – e insieme antica – esperienza di mondo? Persone disposte a spendere per faticare: una passione che è diventata una tendenza, talvolta addirittura una moda.
Per stare bene e avere un rapporto più “giusto” col mondo, e in particolare con la montagna – che è una delle ultime frontiere del selvatico –, insomma, bisogna faticare: è ancora presto, ma se una speranza c’è sta tutta nell’alleanza tra chi resiste in montagna e chi deciderà di salire ai paesi alti, con la giovinezza e il desiderio di sudare, proprio come sui pedali, dedicandosi a un luogo perché diventi bello, coltivato, curato, vivo.
Antonio G. Bortoluzzi
Testo tratto dal volume Dolomiti. Un paesaggio tutelato, Marsilio Arte, Venezia 2025
BIO
Antonio G. Bortoluzzi, scrittore, è nato nel 1965 in Alpago, Belluno, dove vive. Ha vinto nel 2017 il Premio Gambrinus-Giuseppe Mazzotti Montagna cultura e civiltà con Paesi alti (Biblioteca dell’Immagine), con Marsilio ha pubblicato Come si fanno le cose (2019), da cui è stata tratta l’omonima commedia teatrale, e Il saldatore del Vajont (2023), con cui ha vinto il Premio Coop Alleanza 3.0. È accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM) e scrive per numerosi quotidiani e riviste.
INFO
Dolomiti. Un paesaggio tutelato
2 dicembre 2025 ‒ 6 gennaio 2026
LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA
Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia
https://www.lestanzedellafotografia.it
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