Recentemente inaugurata, la mostra curata da Anne Morin in collaborazione con Denis Curti usa la geometria come bussola per raccontare la vicenda fotografica di Horst P. Horst. Abbiamo chiesto proprio a Morin e Curti di spiegarci qualcosa in più
Non c’è solo la moda nella storia e nella carriera di Horst P. Horst, fotografo tedesco naturalizzato americano divenuto celebre sulle pagine di Vogue. Formatosi in ambito architettonico e debitore nei confronti della lezione classica, Horst seppe riscrivere i codici visivi dei linguaggi che utilizzò, diventando un modello – e una sfida ‒ per i suoi successori.
La Geometria della Grazia, la mostra alle Stanze della Fotografia di Venezia curata da Anne Morin in collaborazione con Denis Curti, accompagna il pubblico alla scoperta di un autore eccezionale.
La mostra alle Stanze della Fotografia di Venezia ripercorre la carriera e la produzione di Horst P. Horst attraverso più di trecento opere. Quali logiche hanno orientato la costruzione dell’itinerario espositivo e quale racconto ne emerge?
Anne Morin: La mostra dedicata a Horst, La Geometria della Grazia, che inaugurata in anteprima mondiale alle Stanze della Fotografia, offre una lettura trasversale dell’opera di un artista a lungo descritto come il grande fotografo di Vogue.
Infatti, la sua collaborazione con Vogue ha spesso portato a cristallizzare il suo lavoro nel campo della fotografia di moda. In realtà, il nostro operato curatoriale qui è consistito proprio nel decostruire quel linguaggio e analizzarlo quasi come farebbe un chirurgo.
Questo linguaggio visivo è strutturato attorno a tre assi principali: linea, volume e spazio.
La linea è presa in prestito direttamente dai principi fondamentali del linguaggio visivo del Bauhaus. A questo proposito, vale la pena ricordare una dichiarazione di Walter Gropius, secondo cui ogni opera d’arte è, prima di tutto, una costruzione.
Il secondo aspetto esplorato nella mostra riguarda il volume e l’arte classica, un’arte basata su quella che è conosciuta come la proporzione divina. Un esempio perfetto di ciò si trova, naturalmente, alla Gallerie dell’Accademia di Venezia con l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, costruito secondo precisi principi geometrici di proporzione.
Infine, il terzo filone della mostra affronta la questione dello spazio, attingendo direttamente dai concetti che stavano già prendendo forma quando Horst frequentava le lezioni di Le Corbusier all’inizio degli anni Trenta del Novecento. Queste idee sarebbero state successivamente sviluppate con il termine Modulor: l’uomo come misura metrica, in un rapporto armonioso con lo spazio.
Questi sono i tre principi fondamentali alla base di questa mostra senza precedenti, che riunisce quasi 400 opere ed è presentata per la prima volta alle Stanze della Fotografia.
Denis Curti: La logica deriva dalla grande opportunità di poter attingere a piene mani all’interno di un archivio sterminato. Per noi è stato un privilegio dato che si tratta di immagini vintage. Le stampe vintage sono coeve al momento dello scatto: se Horst ha scattato una foto nel 1950 e l’ha stampata entro il 1953, noi la definiamo vintage. Il negativo della foto contiene una quantità enorme di informazioni e sono tutte a disposizione. Consideriamo originale la stampa positiva di una foto ‒ tutte le informazioni contenute nel negativo vengono messe nel positivo su una stampa di carta, esito di varie scelte, dalla misura e dalla tipologia della carta al taglio della fotografia al contrasto. Il valore intrinseco del vintage è che quell’opera assomiglia incredibilmente al gusto dell’autore che l’ha scattata. In fotografia l’originale non è il negativo, ma il vintage, perché la stampa positiva è diversa dal negativo, che noi consideriamo un ibrido dal quale ottenere una stampa definitiva nella quale sono raccolte e contenute le fotografie. È come avere un rotolo di stoffa, che è l’alter ego del negativo fotografico. Da quel rotolo si ricavano i tagli con cui creare il vestito.
L’architettura gioca un ruolo essenziale nella lettura visiva proposta dal fotografo, che si formò in quest’ambito collaborando anche con Le Corbusier. In quale maniera Horst P. Horst è riuscito a utilizzare le regole architettoniche come strumento per immortalare i soggetti più diversi – dalla natura morta ai ritratti fino ai protagonisti del mondo della moda, del cinema e dell’arte?
Anne Morin: Ogni opera di Horst funziona come un mobile in sé, nel senso di un mobile di Calder, in cui ogni forma è bilanciata dalla sua contro forma. Tutte le immagini di Horst contengono tensioni multiple tra elementi diversi. Infatti, egli impiega costantemente un elemento e il suo opposto: bianco e nero, concavo e convesso, solido e vuoto, ombra e luce.
Questa orchestrazione di elementi e dei loro opposti raggiunge un parossismo in cui l’immagine diventa un momento di cristallizzazione. In realtà, ciascuna delle immagini di Horst è un’equazione matematica in cui ogni elemento trova il suo posto preciso, e ogni immagine arriva a un punto di confluenza tra questi opposti.
In tal senso, ogni immagine è un mistero, poiché il suo centro di gravità non si trova mai da una parte o dall’altra, ma proprio nel loro punto di intersezione. L’intero approccio estetico è profondamente radicato in concezioni architettoniche, matematiche e persino filosofiche.
Denis Curti: Horst ha interiorizzato il concetto dello spazio minimo. Da un punto di vista filosofico, la fotografia racchiude, all’interno di qualcosa di molto piccolo, il mondo intero. Horst ha cercato di allargare i confini di questo spazio minimo e, capendo che non era possibile, ha deciso di raccontare il mondo con gli strumenti che aveva a disposizione, organizzando il pensiero all’interno dello spazio che gli era concesso.
In questa cornice, quale idea di bellezza emerge dai lavori di Horst P. Horst?
Anne Morin: Ciò che è in gioco qui è in realtà una forma di bellezza estremamente minimale, semplice ed ellittica. Horst non dice mai troppo. Suggerisce, sfiora le idee, induce significato con pochissimi elementi, anche se i suoi set erano costruiti meticolosamente e potevano richiedere un tempo straordinariamente lungo per essere realizzati, sempre in un silenzio quasi sepolcrale.
Eppure si tratta sempre di forme di bellezza contenute; direi che rimane costantemente leggermente a distanza, senza mai rivelare tutto. Non dice mai veramente troppo.
Ciò che affascina nel lavoro di Horst, come rivelato in questa mostra alle Stanze della Fotografia, è che oltre a essere alimentato da una gamma estremamente eclettica di riferimenti, sia recenti sia lontani nella storia dell’arte, Horst riesce in definitiva a creare un corpus di opere a se stante.
Nel contesto delle pubblicazioni di Vogue, in un momento in cui Condé Nast cercava di infondere nella fotografia di moda un linguaggio di lusso estetico, Horst può essere visto come la continuazione dei principi fondamentali precedentemente stabiliti da Edward Steichen, principi di cui era già un’eco, ma che Horst avrebbe alla fine spinto molto più lontano.
Denis Curti: Horst ha capito che la bellezza sta negli occhi di chi guarda e che non esiste in una forma assoluta. La bellezza è un sentimento effimero e, nel tempo, è soggetta a molteplici cambiamenti. Nella famosa foto della modella di spalle, si rimane affascinati dalla fluidità delle forme, dalla morbidezza, dal fatto stesso che la modella sia di spalle, ma quella foto è piena di imperfezioni, di elementi che sembrano disposti a caso e che invece sono studiati nei minimi particolari perché Horst è il grande maestro della messa in scena. Lui i conti li fa sapendo che quello che vuole farci vedere – lo stesso sentimento di bellezza – lo decide lui. I fotografi ci fanno vedere quello che decidono di mostrarci. La staged photography costruisce una realtà che non esiste nella realtà. Horst credeva di poter fornire un’idea di bellezza attraverso fotografie consapevolmente messe in scena secondo una logica di bellezza che appunto il fotografo voleva stesse negli occhi di chi guarda. Questi elementi di imperfezione contribuiscono a elevare la tensione emotiva dello sguardo.
Osservando le opere di Horst P. Horst, balzano agli occhi una serie di riferimenti alla storia dell’arte ed evidenti anticipazioni di concetti e tendenze poi sviluppati dai suoi successori. In quale modo il fotografo ha fatto propria la lezione del passato e guardato al futuro?
Anne Morin: Il lavoro di Horst è un perfetto esempio di una dichiarazione del filosofo Giorgio Agamben, attento lettore di Walter Benjamin, il quale ha scritto che tra l’arcaico e il moderno esiste un incontro segreto, non solo perché le forme più arcaiche sembrano esercitare un fascino particolare sul presente, ma soprattutto perché la chiave del moderno è nascosta nell’immemorabile e nella preistoria.
Questo è esattamente ciò che l’opera di Horst mette in luce: quell’incontro tra l’arcaico e il moderno che già proietta verso il futuro, generando nuove formulazioni e nuove forme che saranno poi riprese da altri fotografi, come Richard Avedon, Irving Penn o, più tardi, Helmut Newton. Così, questo ritorno al passato funge da forza propulsiva, che spinge l’opera decisamente verso il futuro.
Denis Curti: Horst ha guardato al classicismo e ha contribuito a riscrivere i codici di un linguaggio espressivo all’interno di un ambito, quello della moda, dello still life, che aveva una serie di rigidità prima del suo intervento. Lui riesce a vestire questi ambiti di un’eleganza raffinata grazie all’eredità, che lui fa propria, dell’ordine della Bauhaus. Fa ordine e lo mette in scena con una capacità poetica che deriva dal classico. Una volta che lui ha prodotto queste fotografie, personaggi come Richard Avedon, William Klein, lo stesso Newton hanno dovuto faticare molto per trovare una nuova identità. Avedon deve fotografare Dovima con un abito di Dior in mezzo agli elefanti, Klein porta le modelle in mezzo al traffico e ai fumi di New York, Newton inserisce addirittura il nudo, che è un ossimoro quando si tratta di fotografia di moda. Horst entra nella storia della fotografia a gamba tesa, stabilisce una quota altissima, da fuoriclasse e riscrive completamente questi codici visivi. A lui non importa se la modella è di spalle, anzi.
Intervista a cura di Arianna Testino
BIO
Laureata alla Scuola Nazionale di Fotografia di Arles e all’École Supérieure des Beaux-Arts di Montpellier, Anne Morin (Rouen, Francia, 1973) è una storica dell’arte ed è la direttrice di diChroma photography (www.dichroma-photography.com), società specializzata in mostre fotografiche itineranti internazionali e nello sviluppo e nella produzione di progetti culturali.
Anne Morin lavora per valorizzare e offrire una maggiore visibilità ad artisti e fotografi. Ha curato numerose mostre di importanti fotografi e artisti come, fra gli altri, Berenice Abbott, Isabel Muñoz, Vivian Maier, Robert Doisneau, Jessica Lange, Jacques Henri Lartigue, Pentti Sammallahti, Margaret Watkins, Rodney Smith e Saul Leiter.
Denis Curti è direttore artistico delle Stanze della Fotografia. Nel 2014 ha fondato, a Milano, STILL, uno spazio multifunzionale con focus sulla fotografia. È direttore artistico del “Festival di Fotografia” di Capri e in passato ha diretto il “SI FEST” di Savignano sul Rubicone. È direttore responsabile del periodico Black Camera e Course Leader del Master in Fotografia di Raffles Milano. Negli anni Novanta ha diretto la sezione fotografica dello IED di Torino e la Fondazione Italiana per la Fotografia. Per oltre quindici anni giornalista e critico fotografico per le pagine di Vivimilano e Corriere della Sera, dal 2005 al 2014 è stato direttore di Contrasto e vicepresidente della Fondazione Forma a Milano.
INFO
Horst P. Horst. La Geometria della Grazia
fino al 5 luglio 2026
LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA
Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia
https://www.lestanzedellafotografia.it
Articoli correlati