Massimo Sestini, vincitore del World Press Photo 2015 con lo scatto “Mare Nostrum”, commenta la recente edizione del concorso internazionale, ripercorrendo la sua esperienza e raccontando l’evoluzione del progetto grazie alla vittoria nella categoria General News
Lo scatto vincitore nella categoria Photo of the Year del World Press Photo 2026, Separated by ICE di Carol Guzy dell’agosto 2025, è straordinario. L’impatto emotivo è fortissimo: mostra due bambine, figlie di Luis, un migrante ecuadoriano arrestato dagli agenti dell’immigrazione dopo un’udienza nel Federal Building di New York. Sono disperate e cercano di rimanere aggrappate alla maglietta del padre mentre viene portato via. Strappare i bambini dalle braccia dei genitori è un gesto di violenza inaudita. L’immagine racconta tutto da sola, non è un testo che va compreso dopo essere stato tradotto nella lingua del lettore. La fotografia è universale, uno shock per la coscienza di chi la vede.
Gli altri scatti finalisti sono: Aid Emergency in Gaza di Saber Nuraldin e The Trials of the Achi Women di Victor J. Blue. Oltre a queste due immagini, in cui la bravura del fotografo è concentrata nel cogliere il momento plastico, ci sono i progetti a lungo termine. Evgeniy Maloletka ha ripreso una giovane ucraina ferita dopo un bombardamento russo. Paula Hornickel ha documentato le azioni di robot che aiutano le persone bisognose di compagnia, in una casa di riposo in Germania.
Anche il mio scatto Mare Nostrum faceva parte di un progetto a lungo termine, che si è svolto nell’arco di più di dieci anni. Il mio intento era raccontare il dramma delle migrazioni grazie a un’immagine che potesse diventare iconica e toccare l’animo non tramite il dolore e la disperazione, ma attraverso la speranza. Dopo tante fotografie aeree che fissavano i drammi delle persone ‒ terremoti, funerali, guerre ‒, ho pensato che i naufraghi di un barcone, vedendo arrivare all’improvviso un elicottero, avrebbero sorriso tutti insieme sperando nella salvezza. Ero a bordo della nave Comandante Cigala Fulgosi della Marina Militare durante l’operazione Mare Nostrum, che aveva il compito di portare in salvo i naufraghi alla deriva nel Mediterraneo. Aspettai dodici giorni a bordo della nave che arrivasse una richiesta di soccorso con elicottero. Quando arrivò la chiamata c’era vento forte e non riuscimmo a conquistare una posizione perfettamente zenitale rispetto al barcone. Fummo costretti a compiere due manovre a 360 gradi per allinearci alla sua verticale. I due o tre minuti trascorsi fecero sì che parte dei migranti presenti sul barcone non mi guardasse più al momento dello scatto perfettamente perpendicolare. Non era quello che volevo: stavo cercando di realizzare la più grande fotografia di gruppo della storia nella quale tutti i partecipanti guardano spontaneamente l’obiettivo.
L’anno successivo, la Marina mi accreditò per due settimane sulla fregata Bergamini. Salpata da Civitavecchia con mare sette, che rendeva impossibile il decollo dell’elicottero. Per dieci giorni compiemmo salvataggi tramite imbarcazioni, poi il mare si calmò e dopo quattordici giorni, proprio allo scadere della mia permanenza a bordo, arrivò una chiamata di soccorso. Il comandante della nave, nonostante la presenza di centinaia di migranti che occupavano l’hangar e il ponte di volo, accordò il decollo. Nacque così lo scatto Mare Nostrum, con cinquecento persone che guardavano, piene di speranza, verso il mio obiettivo.
Le mostre del World Press Photo furono fondamentali per l’evoluzione del progetto: in occasione della mostra a Ginevra, mi telefonarono dicendomi che uno dei protagonisti di Mare Nostrum si era riconosciuto nello scatto e desiderava averlo. Fu l’inizio di Where are you?, il progetto sviluppato nei cinque anni successivi, durante i quali andai a cercare i migranti presenti su quel barcone per raccontarli nella loro vita definitiva, fotografandoli sempre in maniera zenitale. Per trovarli, feci una joint venture con National Geographic. Stanziarono i fondi per organizzare una produzione che, attraverso i social, in tutte le lingue del mondo, lanciasse appelli pubblicando Mare Nostrum e chiedendo di farsi vivo a chi si fosse riconosciuto nella fotografia. Scegliemmo una decina di migranti sparsi per i paesi europei dove avevano ricostruito la loro vita e li fotografai insieme alle loro famiglie. National Geographic, inoltre, realizzò un documentario su questo progetto.
Dopo Where are you?, nel 2024, tornai nelle acque di Lampedusa, con un elicottero della Guardia di Finanza. Cercavo una nuova immagine zenitale sui migranti esattamente dieci anni dopo Mare Nostrum. Ero convinto di aver finalmente terminato quel lavoro. Nel gennaio 2025, ho avuto un incidente gravissimo sotto il ghiaccio del lago di Lavarone, mentre fotografavo i sommozzatori della Guardia Costiera. Sono andato in arresto cardiaco per quasi due minuti e mentre mi trasportavano in elicottero verso l’ospedale è subentrata una polmonite fulminante. Una delle prime telefonate che ho ricevuto appena uscito dal coma farmacologico, è stata di Stefano Karadjov. Il direttore della Fondazione Brescia Musei, dove avevo fatto una mostra intitolata Zenit della fotografia, che aveva come copertina Mare Nostrum, mi suggeriva di riflettere a fondo su ciò che mi era capitato. Ero sopravvissuto alla morte per annegamento, la tipica morte dei migranti. Questa riflessione mi ha fatto decidere di tornare ancora una volta in mezzo al Mediterraneo, per cercare un’ultima fotografia, questa volta inquadrando i salvataggi da sott’acqua. Mi sono immerso con una custodia subacquea e ho ripreso i superstiti tratti in salvo a bordo di un gommone della Guardia Costiera.
Gli abissi accolgono i corpi senza vita dei migranti, ma a volte il mare può essere la superficie su cui galleggia un barchino vuoto abbandonato a sé stesso, e tutti, finalmente, sono stati tratti in salvo.
Massimo Sestini
https://www.worldpressphoto.org/
https://www.massimosestini.it/
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