In mostra alle Gallerie dell’Accademia di Venezia fino al 18 ottobre 2026, Marina Abramović descrive il suo legame con la città e con il pubblico, mentre il curatore Shai Baitel mette in evidenza i punti di forza e i limiti di una esposizione come questa
Si intitola Transforming Energy la mostra che vede protagonista la ricerca artistica di Marina Abramović alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Curata da Shai Baitel, la rassegna si basa sul coinvolgimento degli spettatori, invitati ad abbandonare qualsiasi forma di distrazione e a interagire silenziosamente con le opere.
Venezia è una città fatta di pietra e acqua, pervasa da un’energia tangibile, ed è anche una città alla quale lei è molto legata. Cosa significa per lei essere tornata qui con una mostra in cui l’energia gioca un ruolo fondamentale?
Marina Abramović: Quando sei a Venezia ne percepisci immediatamente gli elementi nel corpo. Pietra, acqua, luce, sale, aria. È anche una città in cui la storia è al tempo stesso lontana e completamente presente. Per me questo è molto importante perché l’energia è sempre legata al luogo, al corpo e al tempo.
Sono tornata a Venezia molte volte nella mia vita, soprattutto in occasione della Biennale, ma questa mostra mi ha permesso di guardare la città in modo diverso. Non pensavamo a Venezia solo come a una città storica o come a una città d’arte, ma come a una città con un proprio campo energetico. I Transitory Objects sono realizzati con cristalli, minerali, rame e altri materiali che trasportano energia, e a Venezia questi materiali entrano in dialogo con l’atmosfera della città stessa. Così la mostra diventa una questione di scambio: tra il corpo e l’oggetto, tra l’oggetto e la città, tra il passato e il presente. Venezia è il luogo perfetto per questo perché non è mai immobile. È in continuo cambiamento.
Il legame tra tempo ed esperienza è sempre stato al centro della sua pratica artistica. Come si è evoluto questo approccio nel corso del tempo, in particolare in risposta ai cambiamenti nella soglia di attenzione del pubblico?
Marina Abramović: Ho spesso affermato: se mi dedichi il tuo tempo, io ti offro un’esperienza. Se non mi dedichi il tuo tempo, non c’è esperienza. Questo è ancora più importante oggi, perché la nostra attenzione è estremamente frammentata. Molto viene consumato e dimenticato immediatamente. Ma la performance non può esistere in questo modo. La performance richiede presenza.
Gran parte del mio lavoro riguarda il modo in cui creare le condizioni per quella presenza. All’inizio, ho usato il mio corpo e la durata. Con i Transitory Objects, mi chiedo come il pubblico possa entrare in questa esperienza in prima persona. I minerali sono molto importanti in questo senso perché portano con sé un altro tipo di tempo. Li vedo quasi come dei computer del tempo, o delle capsule del tempo. Provengono dalla terra e contengono la memoria del pianeta. Quando entri in contatto con un cristallo o un minerale, ti connetti con qualcosa che esiste da centinaia di milioni di anni. Questo cambia completamente il tuo rapporto con il tempo. Ti fa rallentare. Ti porta fuori dal tempo ordinario e in un’esperienza più profonda dell’essere presenti.
L’allestimento della mostra e il modo in cui viene esperita sono unici. Il silenzio e la stimolazione sensoriale sono due elementi chiave. Da un punto di vista curatoriale, quali sono i punti di forza e i limiti di una mostra di questo tipo?
Shai Baitel: Il punto di forza e la sfida sono molto vicini tra loro. Non stiamo solo curando oggetti fisici, ma anche energia, silenzio e condizioni di attenzione. Gli oggetti hanno un forte linguaggio visivo, ma in definitiva sono pensati per il pubblico. Sono fatti per essere attraversati, attivati e vissuti.
Questo segna anche un importante cambiamento nel modo in cui si incontra il lavoro di Marina. In questa mostra, Marina non compie un gesto performativo. È il pubblico a farlo. I Transitory Objects si manifestano pienamente solo quando un visitatore sta in piedi, si siede, si sdraia, chiude gli occhi, ascolta, aspetta o segue le istruzioni dell’opera. È la partecipazione a completare la mostra.
Il limite è che questo tipo di presenza non può essere forzata. I direttori dei musei e i curatori oggi lavorano con un pubblico spesso molto informato, ma anche profondamente distratto. Lo smartphone è diventato quasi un’estensione del corpo e del cervello. La richiesta fondamentale di Marina è che il visitatore si allontani da quel rumore costante ed entri nel momento presente. Il silenzio e la concentrazione sensoriale non sono quindi decorativi. Sono le condizioni che permettono all’opera di realizzarsi.
In termini pratici, in quale modo ha preso forma l’organizzazione di una mostra temporanea in un’istituzione storica come le Gallerie dell’Accademia? Che tipo di dialogo avete scelto di instaurare?
Shai Baitel: L’organizzazione è partita dal museo stesso, e in particolare dalla collezione dell’Accademia. Non volevamo inserire l’opera di Marina nell’edificio come un intervento esterno. Volevamo che la mostra nascesse dalla storia specifica dell’istituzione.
Il dialogo centrale è con la storia rinascimentale e della prima età moderna di Venezia, e in particolare con la Pietà incompiuta di Tiziano. Quell’opera è diventata un punto di riferimento fondamentale perché riunisce il corpo, la mortalità, la devozione e la trasformazione. Si tratta di questioni centrali nella pratica di Marina, sebbene lei le affronti attraverso la performance, la durata, l’energia e l’esperienza corporea diretta.
Quindi il dialogo che abbiamo instaurato è molto specifico. È tra la Pietà di Tiziano e la Pietà (Anima Mundi) di Marina, tra le rappresentazioni storiche del corpo dell’Accademia e l’uso del corpo come materia da parte di Marina, e fra le tradizioni devozionali e pittoriche del museo e i Transitory Objects, che invitano il pubblico a entrare fisicamente nell’opera. La mostra è stata concepita come un incontro vivo tra il passato dell’Accademia e il presente di Marina.
Intervista a cura di Arianna Testino
INFO
Transforming Energy
fino al 18 ottobre 2026
GALLERIE DELL’ACCADEMIA
Campo della Carità, Dorsoduro 1050, Venezia
https://www.gallerieaccademia.it/
BIO
Marina Abramović (nata il 30 novembre 1946 a Belgrado) è un’artista performativa serba e una delle figure più influenti nell’arte performativa contemporanea. Nel corso della sua carriera cinquantennale, ha esplorato temi quali la resistenza, il rapporto tra performer e pubblico, i limiti fisici e psicologici e la presenza.
Dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Belgrado e a Zagabria, ha iniziato la sua attività artistica nei primi anni Settanta con opere rivoluzionarie come Rhythm 10 (1973) e Rhythm 0 (1974), che hanno definito il suo approccio radicale all’interazione con il pubblico e all’esperienza corporea.
Negli anni Settanta e Ottanta ha collaborato con l’artista Ulay, creando performance iconiche che esplorano l’identità, la dualità e le dinamiche relazionali, tra cui Imponderabilia (1977) e The Lovers (1988), che si è conclusa con il loro simbolico addio sulla Grande Muraglia cinese.
Ha ottenuto un ampio riconoscimento internazionale con The Artist Is Present (2010) al Museum of Modern Art di New York, dove è rimasta seduta in un dialogo silenzioso con i visitatori per oltre 700 ore.
Abramović è la fondatrice del Marina Abramović Institute (MAI), dedicato alla performance art e alle pratiche di lunga durata. Continua a sviluppare importanti progetti internazionali e performance immersive, rimanendo una figura centrale nel discorso sull’arte contemporanea.
Shai Baitel è un dirigente nel settore artistico con una vasta esperienza nei campi dell’arte e della cultura. Meglio conosciuto come cofondatore di Mana Contemporary, un centro artistico globale e multidisciplinare, Baitel ricopre attualmente il ruolo di direttore artistico del Modern Art Museum (MAM) di Shanghai e ha lavorato come direttore creativo a progetti per il Whitney Museum of American Art e l’Herzliya Museum of Contemporary Art, tra le altre istituzioni. È autore e collaboratore di diverse importanti pubblicazioni.
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