“Per molti anni sono stato Maurizio Cattelan”. Così Massimiliano Gioni, curatore di fama internazionale, dà il via alle sue riflessioni sul proprio legame con Maurizio Cattelan all’indomani della pubblicazione del volume “Beware of Yourself”, edito da Marsilio Arte e Pirelli HangarBicocca, che racchiude quasi quarant’anni di carriera dell’artista. Ecco come prosegue questa storia, fatta di amicizia, lavoro e complicità
Per molti anni sono stato Maurizio Cattelan. Ho conosciuto Maurizio alla fine del 1997 e mi pare di ricordare che il giorno dopo quel primo incontro mi ritrovavo già a fare un’intervista al suo posto a Radio Rai. Da allora, fino al 2006, con qualche ricaduta negli anni successivi, ho scritto tutti i suoi testi e comunicati stampa, risposto a centinaia di interviste a suo nome, fatto decine di comparsate televisive e tenuto conferenze al suo posto in teatri e università di mezzo mondo – Francia, Germania e Giappone, passando per Venezia, San Francisco e New York. Ho fatto Cattelan a Yale, alla New School e alla New York University, dove una studentessa, scossa dalla mia performance da impostore, ha scritto una lettera infuocata al rettore chiedendo di essere rimborsata dei costi di iscrizione e di licenziare la professoressa. Ho scritto la sua lectio magistralis per la laurea ad honorem in Sociologia a Trento e discettato al suo posto di blasfemia e santità alla radio del Vaticano. Nel corso della tempesta mediatica suscitata dai suoi bambini impiccati a Milano, parlavo in televisione, prima come me stesso e poi come lui.
Gli davo voce e intanto fabbricavo menzogne e mezze verità. “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” era una delle mie frasi ad effetto, quando facevo Cattelan: l’avevo rubata a Nietzsche. “La verità è una funzione dell’efficacia” invece l’avevo presa, se non sbaglio, da Algirdas Greimas. Alla fine degli anni Novanta non si parlava ancora di post-verità ma a Maurizio era già chiaro che nella società della comunicazione più che i fatti contassero le narrazioni. All’epoca Cattelan era ancora timido e impacciato, incapace o forse disinteressato a raccontare il suo lavoro in pubblico: “Scrivere non è il mio mestiere” recitava una delle sue prime opere pubblicate dalla sua casa editrice immaginaria “Edizioni dell’obbligo”. Per questo forse mi aveva affidato, senza cerimonie o incarichi ufficiali, l’interpretazione pubblica della sua opera, così da mettere in moto una serie infinita di significati, tutti ugualmente legittimi. Non c’era stato alcun patto segreto o alcuna strategia a tavolino. Avevo carta bianca e potevo dire quello che volevo, anche se – dopo ogni intervista – Maurizio aveva qualche suggerimento. Per quanto taciturno, Cattelan è un ottimo editor: tutto il suo lavoro è un taglia-e-incolla, mosso dallo sforzo di giungere a una sintesi perfetta di chiarezza e complessità.
Da parte mia, combinavo un po’ di tutto nelle mie risposte: da Lenny Bruce a Philip Roth, Carmelo Bene e Umberto Eco, i Simpson, South Park e un po’ di Derrida. Era tutto un citarsi addosso. Le interviste dovevano sembrare plausibili ma allo stesso tempo leggermente fuori registro, stranianti: Bertolt Brecht che incontra Umberto Simonetta al bar. Di questa strana relazione apprezzavo il fatto che distruggesse qualsiasi senso di presunta distanza critica e oggettività che, in teoria, il critico dovrebbe mantenere davanti all’opera d’arte e agli artisti. E poi mi immaginavo come una nuova evoluzione del critico militante: non più a firmare manifesti ma proprio a prestare le mie parole agli artisti.
Maurizio mi pagava: se non sbaglio 500 dollari al mese che insieme agli altri mille che mi dava Flash Art erano abbastanza per sopravvivere a New York, a patto che non dovessi pagare l’affitto. Così vivevo come una specie di ragazzo alla pari ospite della critica d’arte Roselee Goldberg. In quel periodo – e per molti anni a venire – io e Maurizio ci vedevamo o sentivamo ogni giorno. Insieme alla nostra amica Ali Subotnick – con cui avremmo fondato la Wrong Gallery, inventato un paio di riviste e curato mostre in giro per il mondo – Maurizio era diventato di fatto la mia famiglia, adottiva e randagia. Quando ero senza casa a New York, dormivo su un materasso gettato a terra nel soggiorno dell’appartamento che Maurizio condivideva con un amico. Per qualche anno, durante la preparazione della Biennale di Berlino del 2006, abbiamo anche vissuto insieme come due studenti fuori sede. All’epoca Maurizio si svegliava prestissimo per andare a nuotare e mangiava cetrioli a colazione, magari guardando qualche serie TV alle sette del mattino. Come diceva Henri Pierre Roché dell’amico Marcel Duchamp: il suo più grande capolavoro era come usava il tempo.
Per anni Maurizio è stato mio amico, mentore, confidente, fratello maggiore, zio scapestrato, capo sfruttatore, complice generoso, compagno di viaggio, alter ego e praticamente ex marito. Ci hanno anche quasi arrestato perché strappavamo pagine di libri per fabbricare la sua rivista Permanent Food: siamo entrambi banditi dalla catena di librerie Barnes and Nobles.
È stato quindi con un po’ di apprensione che ho saputo dell’uscita imminente di questo nuovo catalogo – sragionato? – che raccoglie tutti i “suoi” scritti. Il libro è ricchissimo di immagini, storie e spunti. Ma chi dice io in questo libro? Nelle note in fondo al volume si elencano vari impostori e ciarlatani come me. Quando, verso il 2006, avevo deciso di uscire di scena, perché iniziavo a essere conosciuto come me stesso, Cattelan aveva presto assoldato altri ghost writer e alter ego. E, a onore del vero, anche quando ero nella fase più sfrenata del mio essere Cattelan, di tanto in tanto mi capitava di leggere sue interviste che non mi sembrava fossero state fatte da me. Quante persone c’erano a parlare le lingue di Cattelan?
“Lei non sa chi mi credo di essere”, diceva Vincenzo Sparagna, fondatore di Frigidaire, rivista che Maurizio leggeva da ragazzo. D’altra parte, che il sé contenesse moltitudini – o, anzi, che proprio non ci fosse un sé ma al massimo infiniti noi – era un problema ben chiaro già a Walt Whitman, Erving Goffman, Judith Butler e persino ai Pooh. Quella di Maurizio è una performance del sé, un gioco di maschere senza soggetto – maschere nude, le chiamava Fausto Pirandello. In un’epoca in cui non siamo che immagini riflesse negli occhi o nei telefonini degli altri, chi ha il diritto di dire io?
Per quanto bello, questo libro mi mette anche un po’ di tristezza perché, da una parte, quell’esplosione del sé dovrebbe essere gioiosa – se posso diventare un altro, le possibilità di crescita e reinvenzione sono infinite – ma, dall’altra, c’è anche un senso di malinconia e di perdita nel vedere il sé sfilacciarsi in tanti brandelli. E poi, a dispetto di tutte le avventure possibili che potrei intraprendere e ho intrapreso, alla fine rimango sempre uguale a me stesso e uguale a tutti gli altri. Lo stesso Cattelan – o chi per lui – nell’ultima pagina del libro ringrazia “se stesso”: ma perché anche l’essere più molteplice vuole dire io?
Massimiliano Gioni
Realizzato in collaborazione con la Domenica de Il Sole 24 Ore
BIO
Massimiliano Gioni è il Direttore Artistico del New Museum di New York, dove ha presentato numerose mostre di artisti internazionali, tra cui Judy Chicago, Theaster Gates, Carsten Hōller, Ragnar Kjartansson, Faith Ringgold, Pipilotti Rist e Anri Sala.
In passato ha curato importanti mostre internazionali tra cui la 55a Biennale di Venezia (2013), la Biennale di Gwangjiu (2010), la prima Triennale del New Museum (con Lauren Cornell e Laura Hoptman), la 4a Biennale di Berlino (con Maurizio Cattelan e Ali Subotnick) e Manifesta 5 (con Marta Kuzma).
A Milano Gioni dirige la Fondazione Nicola Trussardi dal 2002, per la quale ha curato progetti di arte pubblica e mostre a tema, riscoprendo luoghi dimenticati e simbolici della città di Milano.
La sua ultima mostra a Milano con la Fondazione Trussardi ‒ Fata Morgana: memorie dall’invisibile ‒ è in corso a Palazzo Morando fino al 4 gennaio 2026.
Didascalie:
La copertina di Beware of Yourself. Marsilio Arte e Pirelli HangarBicocca, 2025
Maurizio Cattelan, Untitled, 2000. Not Afraid of Love, Monnaie de Paris, Parigi, 2016
Maurizio Cattelan, Breath, 2021. Maurizio Cattelan. Breath Ghosts Blind, a cura di Roberta Tenconi e Vicente Todolí, Pirelli HangarBicocca, Milano, 15 luglio 2021 – 20 febbraio 2022 (mostra personale). Photo Zeno Zotti
Maurizio Cattelan, One, 2025. Maurizio Cattelan. Seasons, GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e altre sedi, 2025, installazione alla rotonda dei Mille, Bergamo. Photo Lorenzo Palmieri
Maurizio Cattelan, Father, 2021. Con i miei occhi, a cura di Chiara Parisi e Bruno Racine, 60. Biennale d’Arte di Venezia, 20 aprile – 24 novembre 2024 (mostra collettiva), Padiglione della
Santa Sede, installazione alla Casa di Reclusione Femminile di Venezia – Giudecca. Photo Zeno Zotti
Maurizio Cattelan, Love Saves Life, 1995. Skulptur. Projekte in Münster 1997, a cura di Kasper König, Münster, 22 giugno – 28 settembre 1997 (mostra collettiva), installazione al Westfälisches Landesmuseum für Kunst und Kulturgeschichte. Photo Roman Mensing
Maurizio Cattelan, Maurizio Cattelan. All, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, 2011 – 2012. Photo Zeno Zotti
Maurizio Cattelan ritratto da Pierpaolo Ferrari, luglio 2019. Photo Pierpaolo Ferrari
Il firmacopie di Beware of Yourself, Pirelli HangarBicocca, Milano 2025. Photo Lorenzo Palmieri (cover photo)
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