A pochi giorni dall’apertura della Fondazione Dries Van Noten nello storico Palazzo Pisani Moretta, la giornalista Giulia Crivelli ha intervistato il celebre stilista belga, che ha condiviso le sue prospettive sull’arte e sulla moda
Ammirato, rispettato, difficile da assimilare ad altri profili di stilisti-imprenditori. Sorprendente anche nella sua decisione, nel marzo del 2024, di lasciare la maison che aveva fondato per dedicarsi ad altri progetti: l’ultima sua sfilata fu quella del giugno di due anni fa, della collezione uomo per la primavera-estate 2025. Un addio “dolce”: niente a che fare, per capirsi, con quello di Jil Sander o Alessandro Dell’Acqua dai rispettivi marchi, che continuano a esistere, con lo stesso nome, mentre i due creativi non possono più usarli, quei nomi. Ma ci ha messo poco, Dries Van Noten, a svelare quale fosse il suo piano B, una Fondazione che debutta alla Biennale d’arte di Venezia.
Quando ha iniziato a pensare alla Fondazione che portasse il suo nome e come mai ha scelto Venezia?
L’idea ha preso forma gradualmente nel corso di molti anni. Dopo decenni immersi nella moda, Patrick (Vangheluwe, compagno di vita e socio in affari di lunga data dello stilista belga, ndr) e io abbiamo iniziato a interrogarci seriamente sul futuro, su come il nostro percorso creativo potesse continuare al di fuori del brand e su come potessimo sostenere persone e progetti che mi avevano sempre ispirato. L’idea di Venezia divenne centrale quasi per caso, dopo un viaggio che durò più del previsto e che ci permise di esplorare la città non come turisti, ma seguendo il suo ritmo. Notammo una sorta di vita lenta nelle strade, che trasmetteva però vitalità e spirito contemporaneo. Quando scoprimmo il Palazzo, con le sue stratificazioni storiche e straordinarie dimostrazioni di artigianalità, tutto sembrò allinearsi. Il luogo stesso sembrò suggerire quale direzione potesse imboccare la Fondazione. L’artigianalità divenne il centro di tutto, come lo è sempre stata per il mio lavoro di stilista. È come una lente, un prisma, attraverso il quale diverse forme di creatività, arte, design, moda e musica possono incontrarsi, sperimentare e convergere. La ricchezza e la profondità di Venezia sono la casa perfetta per questa visione del mondo.
Molti considerano la moda una forma di arte. Altri no. Nessuno però può negare che i due mondi, quello dell’arte e della moda, in anni recenti sono diventati sempre più connessi. Partnership, mini collezioni di moda create per musei, campagne di marketing e pubblicità, mostre e retrospettive su designer di oggi o del passato e naturalmente collezionisti privati che fanno da vasi comunicanti tra i due mondi. A Venezia la Pinault Collection, creata dalla famiglia fondatrice di Kering, ospita quattro mostre (Lorna Simpson e Paulo Nazareth a Punta della Dogana, Michael Armitage e Amar Kanwar a Palazzo Grassi). Nel suo caso, come è nata la connessione con l’arte quando era direttore creativo del marchio Dries Van Noten?
L’arte ha fatto parte del mio ambiente creativo lungo tutta la mia carriera. Non si è mai trattato solamente di collaborazioni formalizzate, definite nei dettagli, piuttosto di un dialogo con gli artisti, le loro idee e le sensibilità di cui sono portatori. Come stilista, ho sempre prestato molta attenzione al colore, alle varie consistenze tessili e tattili e ai diversi motivi dei tessuti e a come comporli e in questo il mio lavoro è stato simile a quello di un artista. Vivere accanto al lavoro degli artisti e venire attratto e coinvolto nei rispettivi approcci ha arricchito il modo in cui guardo, osservo e rifletto sulle materie prime, sul gesto creativo e sul processo espressivo.
Questo rapporto con l’arte è cambiato da quando non è più direttore creativo del marchio Dries Van Noten?
Ha subito uno spostamento, una traslazione, più che un cambiamento. Aver fatto un passo indietro dalla moda mi permette di avvicinarmi all’arte e alla creatività in generale da una prospettiva più ampia, che assomiglia maggiormente a un’esplorazione. Sono meno legato a cicli e trend e più interessato alle intersezioni tra discipline, a come arte, artigianalità, design, musica e spettacoli dal vivo possono trovare punti di incontro e influenzarsi a vicenda, dando vita a esperienze che vengono vissute, invece che semplicemente osservate.
Le settimane del design di Milano dimostrano come anche moda e design diventino sempre più connessi. Le interessa dare spazio all’universo dell’arredo-casa nel programma della Fondazione?
Certo che sì: la Fondazione si occupa di artigianalità nel senso più ampio del termine, che comprende il design, accanto alle altre forme ed espressioni creative. Ciò che conta è l’intelligenza e la cura che sta dietro alla creazione materiale: le mani intelligenti, i gesti, il pensiero. Che si tratti di un mobile, di un complemento d’arredo o di un capo di abbigliamento, ciò che cerchiamo sono le storie dietro a quei manufatti e i modi in cui essi interagiscono con lo spazio, le persone e tra loro.
Come ha preso forma la mostra inaugurale? Come avete scelto gli artisti e sono stati loro a offrirvi certe opere o avete fatto voi delle specifiche richieste?
La presentazione con la quale inauguriamo la Fondazione, The Only True Protest is Beauty, è cresciuta in modo organico. È stata concepita come una conversazione più che una commissione. Abbiamo invitato creatori e artisti, emergenti o affermati, che già seguivo e ammiravo, il cui modo di lavorare dimostra profondità, cura e curiosità per le materie prime. Alcuni hanno portato lavori che avevano già finito, altri hanno sviluppato pezzi che possono essere visti come un dialogo con il nostro progetto e il Palazzo in sé. Il processo di selezione delle opere si è basato sul desiderio di far incontrare prospettive diverse, emergenti o già conosciute, locali e internazionali. Non siamo partiti da una nozione o un’idea gerarchica o di assecondare tendenze.
Creare la scenografia di una mostra assomiglia al modo in cui si crea il concept di un negozio o di una sfilata?
Esistono alcune somiglianze. In tutti e tre i casi servono senso del ritmo, del fluire degli eventi, della creazione di un’atmosfera. Devi pensare a come le persone si muovono in uno spazio, a dove si posa all’inizio lo sguardo, a come un momento dell’esperienza porta a quello successivo. Qui alla Fondazione ci siamo concentrati sul dialogo tra le opere, tra i visitatori e lo spazio e tra il passato e il presente incarnato dalla storia del Palazzo. Prevale l’elemento contemplativo, ma sono molto presenti lo spazio e la parte esperienziale.
Alla Biennale ci sono artisti di tutti i continenti. In questo momento ha preferenze quanto alla scena internazionale?
Non mi concentro su regioni, Paesi o trend. Mi entusiasma ogni tipo di opera che trasmetta vitalità, da cui traspaia la cura che l’artista vi ha messo, ma anche la sua curiosità e desiderio di rischiare. La mia attenzione va ai singoli individui piuttosto che a quelli che chiamiamo movimenti artistici. Mi colpisce il modo in cui le idee prendono forma grazie ai materiali, ai gesti e all’immaginazione. È questa la mia ispirazione, che guiderà le conversazioni che speriamo di far nascere e sostenere con la Fondazione.
Intervista a cura di Giulia Crivelli
INFO
25 aprile – 4 ottobre 2026
The Only True Protest is Beauty
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN
Palazzo Pisani Moretta
San Polo 2766, Venezia
https://fondazionedriesvannoten.org/en
BIO
Nata a Milano nel 1969 da madre tedesca e padre italiano, Giulia Crivelli ha studiato alla Bocconi e lavora al Sole 24 Ore dal 2000. Scrive per il quotidiano e il sito di economia e in particolare segue la filiera del tessile-moda-accessorio e la sezione Viaggi 24 dell’edizione della domenica. Collabora con Radio 24 e ha un sogno: vivere a San Francisco, dove è sempre primavera. Appassionata, oltre che di economia, la scienza triste che triste non è, di globalizzazione e di politica estera, ha una passione per gli animali e la natura. In un’altra vita vorrebbe essere una veterinaria o l’assistente dell’etologa Jane Goodall. In questa si diverte molto a fare la giornalista.
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