Joseph Kosuth, protagonista della mostra alla Casa dei Tre Oci di Venezia ‒ ideata e promossa da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe e curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli ‒ risponde alle domande del collega Maurizio Cattelan. Il risultato è un dialogo che spazia dalla filosofia all’arte, con un pizzico di ironia
Maurizio Cattelan: Joseph, hai riempito l’androne della Casa dei Tre Oci con un testo di Michel Foucault che parla di “somiglianze” e “convenienze”. Ma se, come suggerisce il titolo della mostra (The-Exchange-Value-of-Language-Has-Fallen-To-Zero), il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero, non sarebbe stato più coerente lasciare le pareti completamente bianche?
Joseph Kosuth: Sarei tentato di rispondere: “Come puoi essere sicuro che non l’abbia fatto?”. Il suggerimento, quindi, è che il mio testo abbia una relazione di tipo “meta” con lo spazio dell’intera mostra. Il punto è che le questioni rilevanti nell’arte rimangono di natura ontologica.
Cattelan: Hai vissuto a Venezia per molti anni e visto passare decine di Biennali. Secondo te l’arte concettuale è l’unica cosa che non è ancora affogata in laguna o è diventata un pezzo d’antiquariato, rassicurante come i mobili del Settecento?
Kosuth: Non le ho solo “viste”, ma ho partecipato a molte Biennali, il che offre una prospettiva significativamente diversa. In altre parole, non sono una vittima passiva. Nella mia esperienza, quando era valida, l’arte concettuale ha effettivamente rimosso i mobili dalla stanza.
Cattelan: L’opera A Chain of Resemblance trasforma la filosofia in un oggetto luminoso. Pensi che i visitatori si fermino davvero a riflettere sull’epistemologia o che il neon sia diventato solo la luce perfetta per l’angolazione di un selfie?
Kosuth: Il bello di ciò che i visitatori offrono all’opera è la loro specifica dose di ignoranza verso ciò che vedono. La tua domanda abbraccia elegantemente l’intera gamma di possibilità.
Cattelan: Hai dedicato opere a Piet Mondrian, Immanuel Kant, Franz Kafka e ora a Foucault. Ti senti più un artista che crea mondi o un traduttore che dà una nuova luce al genio di chi non c’è più?
Kosuth: Come puoi dire che non sono più con noi? Il discorso a cui si riferisce la tua domanda ti contraddice. L’implicazione della tua domanda è rischiosa, quindi non denigriamo tutto il lavoro dei morti solo perché ci capita di essere vivi. Almeno apparentemente.
Cattelan: Per l’Università Ca’ Foscari hai lavorato su Carlo Scarpa. Lui usava il cemento e l’acqua, tu usi le definizioni del dizionario. Chi dei due, alla fine, ha lasciato un segno più “concreto”?
Kosuth: Ho usato definizioni di dizionario tra il 1966 e il 1968. Dobbiamo tornare indietro di quasi sessant’anni per trovare esempi pertinenti? Grazie per il complimento, sei troppo gentile! Per rispondere in altro modo: il mio contributo è stato utile, e ne abbiamo visto le modalità, ma quello di Carlo è stato utile in senso strettamente pratico.
Cattelan: Hai sempre sostenuto che l’arte è un’idea: “Art as Idea as Idea”. Ma oggi che le idee volano veloci nel cloud, il peso di un’intuizione si misura ancora in intensità intellettuale o ha finito per misurarsi nel valore di mercato?
Kosuth: Beh, sono proprio questi i due corni del nostro dilemma, non trovi? Fare arte significa produrre senso, e noi artisti siamo impegnati in una costante lotta con il mercato per stabilire chi, o cosa, debba fornire tale significato. Probabilmente ‒ e lo dico con ottimismo ‒ solo la nostra “intensità intellettuale” potrà garantire quell’autenticità necessaria a resistere al collasso del senso artistico verso ciò che il mercato propone.
Cattelan: Usi il neon da decenni. Quando si fulmina una lettera in una tua installazione, l’opera acquisisce un nuovo significato o la consideri solo un silenzio imprevisto nel discorso?
Kosuth: L’opera continua a mantenere tacitamente il suo significato mentre aspetta di essere “riparata”.
Cattelan: Joseph, hai mai avuto il desiderio proibito di dipingere un tramonto ‒ o magari un cane ‒ senza sentire il bisogno di spiegare perché lo stavi facendo?
Kosuth: Non è questo il tipo di “desiderio proibito” che mi preoccupa.
Cattelan: Se potessi cancellare una sola parola da tutti i dizionari del mondo per vedere l’effetto che fa sulla realtà, quale sceglieresti?
Kosuth: La parola “Dizionario” sulla copertina.
Cattelan: È più gratificante essere compresi nel profondo da dieci filosofi o essere amati da mille persone che non sanno nemmeno chi sia Wittgenstein?
Kosuth: Il mio obiettivo è sempre stato quello di essere capito da mille filosofi, affinché ognuno di loro potesse poi spiegare con profondità e convinzione a dieci persone diverse perché Wittgenstein è importante.
Cattelan: L’arte concettuale ha davvero vinto la sua battaglia o è diventata il “font” elegante di un sistema che ha esaurito le cose da dire?
Kosuth: L’arte concettuale, per come la intendo io, è un riesame metodologico del fare arte ‒ e dunque del suo senso ‒ che la svincola da ogni definizione a priori. In quest’ottica, l’arte è un verbo, non un sostantivo.
Cattelan: Qual è la prossima mostra che andrai a vedere?
Kosuth: A questa proprio non posso rispondere.
Cattelan: Un’ultima domanda, la più difficile. Se fossi un testo filosofico, quale saresti?
Kosuth: Il menu sull’ultima astronave che lascerà la Terra.
Intervista realizzata in collaborazione con la Lettura del Corriere della Sera
Prodotti correlati
Articoli correlati